Debito emergente, una presenza core nell’asset allocation

Il 2021 sarà l’anno della resa dei conti per i mercati emergenti. Mentre lo scorso anno la pandemia da Covid-19 dilagava in tutto il mondo, alcuni Paesi sono riusciti a fronteggiarla meglio di altri, dimostrando di avere le basi per una forte ripresa economica nell’anno corrente. D’altro lato, i loro mercati obbligazionari hanno raggiunto un certo grado di maturità, che li ha permesso di affrontare queste fasi di forte stress con maggiore resilienza. Ci sono, quindi, tutti i presupposti per poter affermare che il debito emergente è pronto a far parte della componente core del portafoglio. A confermarlo sono stati proprio alcuni professionisti del risparmio gestito nell’ultima tavola rotonda virtuale di FundsPeople.

La Cina è stato il primo Paese ad entrare nello stato di emergenza, ma anche il primo ad uscirne, comprovando così una migliore efficienza nella gestione della crisi sanitaria. Altri Paesi del Continente asiatico hanno fatto altrettanto, mentre altre aree geografiche emergenti stanno ancora facendo i conti con situazioni di profonda difficoltà, come l’India e il Brasile.

“Una buona ripresa economica si traduce in aumento dei consumi e della domanda di beni e commodities”, così esordisce Gonzalo Borja, head of Fixed Income Emerging Markets di Credit Suisse AM spiegando le condizioni macroeconomiche di questi mercati. “Il recupero delle commodities supporterà i mercati emergenti, che sono sia importatori, ma anche esportatori. La loro struttura di costi in local currency si è deprezzata, dato l’attuale rafforzamento del dollaro, rispetto a molte valute locali, e ciò favorirà determinati settori”, prosegue l’esperto. Andando ad indagare specificatamente sul mercato del credito si assiste ad un processo di deleveraging ed estensione del ciclo creditizio. “ I leverage ratio sono più bassi rispetto quelli di dicembre 2019, il che ha come effetto un aumento del beta di mercato”, sottolinea Gonzalo Borja.

Il ruolo del debito emergente nel portafoglio

Il contesto macroeconomico di forte crescita economica pone sotto i riflettori il debito emergente, che per gli investitori è divenuto ormai un’asset class indispensabile per un portafoglio ben diversificato, se si vuole aggiungere alpha con un profilo rischio/rendimento adeguato. “Guardiamo ad emerging markets debt da un punto di vista strategico, non solo tattico, e ci aspettiamo di aumentare strutturalmente il suo peso in asset allocation”, afferma Lorenzo Campori, fund selector delle gestioni patrimoniali di Banca Aletti. “Nel lungo periodo presenta un yield appetibile, e su quell’orizzonte di investimento il profilo rischio/rendimento suggerisce di potersi posizionare ulteriormente su questa asset class”, aggiunge il fund buyer.

“Non mancano le sfide da superare”, dichiara Damian Barry, responsabile Multi-Asset Multi-Management di Mediolanum International Funds. “Il recente aumento dei tassi dei Treasuries statunitensi ha avuto un impatto sul debito emergente, a cui si è aggiunto anche il rafforzamento del dollaro. A questi elementi, si sommano una serie di rischi idiosincratici, come quelli in Turchia per esempio, che stanno portando ad un aumento dei tassi di default di alcuni Paesi. Tuttavia, sia i fattori tecnici, che fondamentali rimangono positivi e manteniamo un’esposizione strategica sia a livello di reddito fisso, che azionario”, ha chiosato il fund selector.

L’eterogeneità del mercato come punto di forza

Sia a livello macroeconomico, che dei fondamentali, i mercati emergenti si presentano variegati e diversi tra loro. Questo, però, offre al tempo stesso una maggiore gamma di opportunità per gli investitori, spetta a loro riuscire a coglierle attraverso un’adeguata selezione attiva. La diversificazione rimane uno dei principali mezzi di protezione per l’investitore che vuole evitare i rischi di coda. Aggiungere in portafoglio un prodotto, già altamente diversificato, come un fondo indicizzato, può aiutare a tal fine. “L’indice emerging markets debt in hard currency nel 2020 ha registrato un numero record di default sovrani, quali Zambia, Ecuador o Argentina, ma dato i loro pesi trascurabili, questi non hanno particolarmente impattato l’intero portafoglio”, ha evidenziato Valerio Schmitz Esser, head of Index Solutions di Credit Suisse AM. Una prova del fatto che la diversificazione è un cuscinetto di protezione da eventuali insolvenze e downgrade, a disposizione dell’investitore.

Marco Mazzetti, responsabile portafogli Fixed Income di Optima Sim ritiene che ci siano al momento maggiori opportunità nel segmento dei corporate bonds emergenti. “Questo perché sono caratterizzati da una maggiore sensibilità alla crescita economica e hanno una short maturity”, sottolinea. “Abbiamo una concentrazione maggiore in Asia, dove la crescita economica è interessante, sebbene anche in Latino America la qualità delle obbligazioni societarie sia migliore rispetto ai loro governativi. Nonostante sia plausibile che la crescita economica vada a favorire l’equity, nel confronto fra mercati emergenti e sviluppati i fondamentali dell’obbligazionario emergente corporate sono migliori rispetto a quelli dell’azionario e offrono maggiori opportunità in termini di rischio/rendimento”, aggiunge.

Anche per Andrea Daffara, fund selector di Sella SGR, le migliori opportunità provengono dal segmento corporate ma anche da un’adeguata diversificazione geografica. “In un’ottica barbell, abbiamo integrato la nostra allocazione strategica di prodotti obbligazionari emergenti in hard currency con esposizioni indirette a bond cinesi e dei cosiddetti mercati di frontiera, che presentano caratteristiche di liquidità, credit rating, yield to maturity e duration tra di loro diverse e complementari”, chiarisce Daffara. “Nel primo trimestre del 2021 l’asset class ha un po’ sofferto l’apprezzamento del dollaro e l’irripidimento della curva americana sui timori di una crescita dell’inflazione, ma nel medio termine siamo assolutamente costruttivi: il maggiore costo del rifinanziamento del debito potrà essere più problematico per i Paesi emergenti più vulnerabili, ma in generale crediamo che le banche centrali e i policy maker continueranno a supportare la ripresa economica e la gestione dei bilanci nazionali”, conclude.