Gli istituzionali si muovono verso un’allocazione sempre più ESG

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Negli ultimi anni si è rafforzata l’idea che l’industria del risparmio gestito non possa operare a prescindere dalla sostenibilità. Il concetto di ESG deve essere, però, applicato a 360 gradi, non solo nei processi di investimento, ma anche a livello di azienda. Il cambiamento è già in atto, tuttavia c’è ancora tanta strada da fare, sebbene la regolamentazione europea stia dando uno sprint importante all’accelerazione del fenomeno. Dal 10 marzo 2021 entrerà in vigore la SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation), il regolamento relativo all’informativa sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari, che insieme alla tassonomia europea, mirano a far maggiore chiarezza sugli investimenti sostenibili.

Anche gli investitori istituzionali sono consapevoli dell’equazione virtuosa secondo la quale più fondi ESG migliorano l’asset allocation in termini di resilienza. Pertanto casse di previdenza e fondi pensione si stanno impegnando nel valutare la sostenibilità dei loro portafogli, per prendere poi ulteriori decisioni a riguardo.  

Fabio Lenti, responsabile Direzione Investimenti di Cassa Dottori Commercialisti, spiega infatti che la Cassa ha mappato l’intero portafoglio per comprendere il livello effettivo di integrazione dei criteri ESG nelle strategie implementate dai loro gestori. “Ci siamo resi conto che il rating del nostro portafoglio era già elevato pur in assenza di benchmark specifici ESG”, commenta. “In virtù di ciò il nostro compito, quando investiamo, è quello di comprendere quali obiettivi primari, tra quelli individuati dalle Nazioni Unite, vogliamo perseguire come Cassa e sulla base di queste valutazioni dovremo lavorare per sviluppare la reportistica più adeguata”, aggiunge.

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Stella Giovannoli, Chief Investment Officer della Cassa Nazionale del Notariato spiega che, “per quanto riguarda l’integrazione di analisi ESG all’interno del processo di investimento, l’Ente ha cominciato a compiere i primi passi in questa direzione e si trova ancora in una fase embrionale.  Abbiamo affidato al nostro advisor esterno un’analisi ed uno studio approfondito, tesi a quantificare l’attuale percentuale ed impatto degli strumenti ESG detenuti al momento in portafoglio. Le valutazioni hanno messo in luce che, a livello complessivo, il portafoglio della Cassa del Notariato presenta un profilo di rischiosità ESG degli attivi investiti mediamente in linea con i propri peer group, se non addirittura migliore. Il grado di copertura è attorno al 54%, e quindi compliant per gli eventuali ulteriori passi che dovranno essere deliberati dal Consiglio di Amministrazione”. “Questo è il primo passo per capire come muoverci in futuro e su quali prodotti orientarci”, dichiara ancora la manager. Tuttavia rimane una questione aperta, “quali indici ESG utilizzare? È questa la principale difficoltà nell’integrare tali criteri nel processo di investimento”, conclude.

Il mercato fixed income non sta a guardare

Esiste ancora troppa confusione nella definizione dei rating ESG, non esistono linee guida univoche e ciò comporta delle difficoltà nel comprendere cosa è davvero sostenibile e cosa lo è meno. Questo non vale solo per il mercato azionario, ma anche per quello obbligazionario, in cui sta prendendo piede l’importanza di avere un approccio sostenibile.

Danilo Pone  articolo

“Le strategie ESG rappresentano ormai qualcosa di irrinunciabile per i portafogli istituzionali”, ribadisce Danilo Pone, Chief investment Officer di ENPAB. “I fattori ESG possono influenzare i flussi di cassa del debitore, ma anche la stima di probabilità di default di un’impresa. Una società con rating ESG elevato riesce ad ottenere un finanziamento del debito ad un costo minore rispetto al suo peer group, ciò si traduce in merito creditizio più elevato”, sottolinea. “Ovviamente non bisogna affidarsi in maniera sistematica e meccanicistica ai criteri ESG nell’ambito della costruzione dell’asset allocation poiché, se è vero che l’utilizzo di detti criteri rappresenta indubbiamente una risorsa, dall’altro bisogna essere consapevoli che esistono dei rischi che vanno attentamente valutati, come ad esempio il rischio di essere sovra concentrati su specifici emittenti o settori industriali”

Il livello di sostenibilità delle aziende è importante, nel breve termine può anche non fare la differenza, ma nel lungo periodo determina i vincitori. “Nel contesto fixed income è difficile essere attivisti, ma seguendo alcune emissioni e interagendo con il management cerchiamo di introdurre i criteri ESG nelle loro operazioni e in tal senso possiamo essere attivi”, comunica Davide Basile, portfolio manager delle strategie convertibles di RWC Partners. “Per esempio, alcune aziende l’anno scorso hanno emesso debito convertibile ESG condizionato ad alcuni obiettivi, qualora non fossero stati raggiunti, ci sarebbe stato un aumento di cedola”, completa il gestore.