Investitori istituzionali al giro di boa: "L'Italia non può tornare al business as usual"

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Foto di S. Hermann & F. Richter, Pixabay

I tempi per un cambio di passo sono giunti. È ormai chiaro all’industria intera quanto sia importante, soprattutto in epoca Covid, investire nell’economia reale attraverso strumenti di investimento alternativi private market. L’Italia è ricca di piccole e medie imprese (molte virtuose) e come dice Andrea Montanino, presidente di Fondo Italiano d’Investimento e già direttore esecutivo del FMI, non può tornare al “business as usual”. “L’economia cresce solo se crescono anche gli investimenti privati. Ma non si tratta di investire dovunque e comunque: bisogna guardare a operatori che hanno strategie di creazione e valore sul lungo periodo. L’economia italiana non ha bisogno di fiammate ma di una visione strategica di lungo corso”.

Proprio sul tempo, gli investitori istituzionali giocano un ruolo fondamentale nel sostegno all’economia reale. Anzi, potrebbero giocarlo e con molta più efficacia. C’è qualcosa che non funziona: i fondi che investono in mercati privati ancora non decollano - o, meglio, potrebbero fare molto di più - nonostante il legislatore abbia previsto delle agevolazioni per favorire gli investimenti. Agevolazioni un po’ confuse in realtà, a detta di molti. Serve una buona dose di semplificazione, insomma. E sotto vari punti di vista, come emerge dal confronto virtuale organizzato da Itinerari Previdenziali, tra investitori e industria finanziaria. “Il sistema è pronto in parte”, dice subito Ivonne Forno, direttore generale di Laborfonds, fondo pensione complementare per i lavoratori dipendenti da datori di lavoro operanti nel territorio del Trentino-Alto Adige. “Certamente l’asset alternativo è un investimento target cui fare riferimento ma ci sono diversi problemi: dalla competenza necessaria dei CdA ai sottostanti tecnici non indifferenti. Abbiamo avviato investimenti alternativi già nel 2015, ma è difficile andare a fare delle mappature di investimenti come in private equity. Si potrebbero fare molti passi avanti e la semplificazione legislativa potrebbe darci una mano”. Fare sistema a questo punto diventa fondamentale. “Abbiamo aderito al Fondo italiano d’investimento. Auspichiamo che anche altri soggetti possano aggregarsi. Spesso il mondo dell’asset management non ci conosce e non conosce la nostra normativa. Dobbiamo ribaltare la situazione: non possiamo investire in prodotti a catalogo, servono strumenti tailor made fatti su misura”, spiega l’esperta.

Investimenti in private market: chi più chi meno

Fare sistema può far, dunque, la differenza. Ma è pur vero che ogni fondo pensione e ogni Cassa ha delle specifiche diverse, come afferma ad esempio Stella Giovannoli, dirigente area finanza, gestione patrimonio mobiliare di Cassa Nazionale Notariato. La cassa già nel 2008 aveva preso la decisione di investire nel mercato illiquido, soprattutto nel ramo del real estate. Oggi l’istituto sta cercando di rientrare nei parametri legislativi (dal 37 al 30%) in merito all’esposizione nel comparto immobiliare. “Non abbiamo ancora investito in private debt. Un dato che riguarda una decisione strategica del nostro CdA, che da anni vuole rullare le posizioni già in essere. L’obiettivo è ridurre infatti il comparto real estate al 30% e man mano che avremo spazio osservare in futuro i prodotti di private debt”.

Di contro c’è chi già ha investito parecchio negli asset alternativi. Previndai, il fondo pensione dei dirigenti industriali, a fine 2019 ha deciso di mettere sul piatto quasi 200 milioni in asset illiquidi: il10% del portafoglio. Di questo la metà è stata destinata all’Italia. “Dare una preferenza geografica del genere”, spiega Oliva Masini, direttore generale del fondo, “significava avere un leggero incremento della componente di rischio, anche se nella complessità del fondo un incremento irrilevante. Abbiamo creduto e scelto di andare ad investire in Italia per avere un ritorno positivo. Oggi abbiamo una quota di 44 milioni di euro investiti in private equity italiano attraverso tre fondi. È chiaro che per una scelta di questo genere servono delle competenze e una professionalità che va rafforzata. Proprio in questo periodo in Consiglio stiamo valutando la ripresa di questa tipologia di investimento: le nostre masse sono cresciute e se vogliamo mantenere il 10% di esposizione agli asset illiquidi ci dobbiamo rimettere a lavoro”.

In cerca di competenze (e non solo)

La necessità di avere delle competenze per capire e saper gestire il rischio è anche ribadita da Betti Candia, Chief Investment Officer Zurich Investment Life. Ma non solo. Non è un caso, per esempio, se il fondo previdenziale Eurofer ha commissionato uno studio di tre mesi ad un consulente esterno. “Già nel 2008 si pensava agli alternativi ma allora il mercato non era certo quello di oggi”, dice il vicepresidente Fabio Ortolani. “Abbiamo fatto degli investimenti in infrastrutture e in private debt e i risultati sono stati interessanti. A luglio scorso, dopo una serie di dibattiti, abbiamo analizzato il nostro intervento stabilendo un 15% di esposizione futura negli investimenti alternativi del fondo bilanciato e del dinamico. Un consulente dovrà farci un programma di investimenti nei prossimi cinque anni”. “C’è una grande desiderio di acqua in un deserto di tassi”, commenta Danilo Pone, responsabile finanza Enpab. “Il prodotto illiquido comporta un premio e aiuta la diversificazione. Siamo presenti nel mondo dei private market dal 2014 ma qualcosa sta cambiando. Stiamo analizzando quello che viene definita la ‘Post- Covid investment philosophy’: le società e gli asset che meglio sapranno interpretare il futuro incerto”.

Come spiegano Alberto Brambilla, presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali e Alberto Oliveti, presidente AdEPP a chiusura dell’evento digitale, gli istituzionali hanno il compito di sostenere le professioni ma anche il Paese. “Dobbiamo essere lungimiranti e tempestivi. Guardare lontano ma con attenzione. Essere coerenti a quegli investimenti che tutelino la previdenza. Serve un sistema che si adatti più alle esigenze delle Casse”, dice Oliveti. E non è solo una questione fiscale. Il risparmio previdenziale non viene protetto e aiutato così come il risparmio privato. In questo senso il governo Draghi è al lavoro per una riforma fiscale che ovviamente non può non interessare anche il mondo del risparmio previdenziale. Si auspicano tutti.