Reddito fisso, volatilità e recessione spingono gli investitori ad andare oltre i bond tradizionali

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Ethan Sykes, immagine concessa (Unsplash)

Andare oltre i bond tradizionali. La persistente volatilità sull’obbligazionario per l’inflazione, l’aumento dei tassi e i timori dell’arrivo di una recessione spinge gli investitori ad adottare nuovi approcci all’asset class. E a fianco delle allocazioni ‘classiche’ ai titoli governativi e corporate trovano spazio nei portafogli il credito privato, le strategie sistematiche e le soluzioni indicizzate. Tutto questo in un contesto in cui l’integrazione dei criteri ESG rimane in cima all’agenda delle priorità. È quanto emerge dal rapporto “The Future of Fixed Income” di State Street Global Advisors che si basa su un’indagine tra 700 investitori istituzionali globali (di cui 46 italiani), con campione comprendente fondi pensione, endowment, fondazioni e fondi sovrani, oltre che gestori patrimoniali e asset manager.

Nuovi approcci e fonti di rendimento

Dato che i mercati rimangono volatili e sembra profilarsi una recessione, gli investitori stanno considerando con crescente attenzione anche tipologie di fonti di rendimento alternative. “Questo cambiamento nel modo in cui vengono considerati i settori tradizionali, aggiunge il rischio di liquidità all’equazione, sostiene l’ascesa delle strategie sistematiche e può sconvolgere alcune preferenze consolidate per gli approcci attivi”, spiegano da State Street Global Advisors. Dal report si evince che mentre gli investitori si adeguano al mercato attuale ed esaminano la duration del loro portafoglio, gli intervistati sono particolarmente interessati ad aumentare le allocazioni in prestiti bancari (51%) e in obbligazioni indicizzate all’inflazione (42%) nei prossimi 12 mesi.

Inoltre, circa un terzo degli investitori (31%) negli ultimi 9 mesi ha scelto di ridurre le proprie allocazioni nell’obbligazionario tradizionale a favore di strumenti alternativi e un ulteriore 29% ha dichiarato di avere intenzione di farlo nei prossimi 12 mesi. Sebbene soltanto il 14% degli intervistati a livello globale ha aumentato le proprie allocazioni nell’obbligazionario negli ultimi nove mesi, un numero maggiore di intervistati (19%) afferma di avere in programma di aumentarle nel corso del prossimo anno. Infine, gli investitori stanno mostrando interesse verso nuovi approcci basati sui dati per l’obbligazionario attraverso strategie sistematiche. Infatti, più della metà (59%) degli investitori che stanno esplorando queste strategie dichiara di volerle utilizzare per sostituire le strategie attive esistenti.

L’indicizzazione consolida il suo posto

Oltre un terzo (37%) degli intervistati dichiara che più del 20% del proprio portafoglio obbligazionario è allocato in strategie indicizzate. Per gli investitori di maggiori dimensioni, ovvero quelli con AUM superiori a 10 miliardi di dollari, la percentuale sale al 57%. Il 46% degli intervistati concorda di essere "parecchio sotto pressione per massimizzare in modo più efficiente le commissioni" nell’obbligazionario.

Più di due terzi (76%) degli intervistati non prevede di apportare modifiche significative alla propria composizione di indici e strategie attive nei prossimi 12 mesi. Ma fra coloro che si propongono di fare dei cambiamenti, aumenteranno significativamente la loro allocazione complessiva nell’obbligazionario in strategie indicizzate (14%) rispetto alle strategie attive (10%). Infine, per gli intervistati che intendono aumentare le allocazioni alle obbligazioni indicizzate all'inflazione, la maggioranza prevede di utilizzare strategie indicizzate. “La capacità dell’indicizzazione di catturare l’intero potenziale di rendimento anche delle esposizioni obbligazionarie più complesse, in modo estremamente conveniente, significa che la gestione attiva non è più la scelta predefinita per gli investitori nel mercato obbligazionario”, spiegano da State Street Global Advisors.

ESG in cima all’agenda

Il report mette in risalto che a emergere come priorità principale per alcuni investitori istituzionali è l’ESG, e non come si sarebbe più propensi a ipotizzare la gestione degli effetti dell’inflazione e del rialzo dei tassi d’interesse. Più di un terzo (39%) degli intervistati afferma che la piena integrazione dei criteri ESG è la priorità più importante da affrontare nelle proprie allocazioni nell’obbligazionario nei prossimi 12 mesi. Quasi la metà degli investitori ha integrato i fattori ESG all’interno delle obbligazioni corporate high yield (47%). Anche il credito investment-grade (44%), il debito dei mercati emergenti e i titoli sovrani (ciascuno al 41%) stanno facendo buoni progressi, ma il debito cartolarizzato (27%) continua a rappresentare una sfida.