SFDR, una normativa necessaria nel percorso di adattamento al nuovo paradigma degli investimenti

Marco Ghilotti Notizia
Marco Ghilotti, senior manager Institutional Clients di Pictet AM e analista ESG

La convergenza di istituzioni nazionali e internazionali, attori del mondo economico e finanziario e consumatori è ormai un dato di fatto che funge da premessa a qualsiasi discussione sul tema della sostenibilità. L’entrata in vigore della normativa SFDR rappresenta un momento importante per il panorama degli investimenti sostenibili europei.

“Il Green Deal europeo”, sottolinea Marco Ghilotti, senior manager Institutional Clients di Pictet AM e analista ESG, “è al centro della strategia dell'UE per guidare la ripresa dall'era COVID-19, offrendo un grande supporto all'innovazione nei trasporti, nelle costruzioni, nelle energie rinnovabili e nella digitalizzazione, che sta dando forma ad una nuova forma di crescita economica e genera opportunità negli investimenti sostenibili”.

Verso un nuovo paradigma

Una accelerazione che, sottolinea l’esperto, deve andare di pari passo con l’evoluzione dei filtri ESG standard esistenti. “Nessuna crescita resiliente sarà raggiunta senza una seria integrazione degli aspetti ESG nelle decisioni di investimento ed è questo uno degli obiettivi della normativa SFDR”, afferma.

“È un impianto particolarmente articolato, che si innesta in un quadro di regole preesistenti”, analizza Ghilotti. “Non dimentichiamo però che uno degli obiettivi della normativa (tra gli altri) è quello di chiarire i rischi di sostenibilità insiti nell’investimento, il loro potenziale impatto sui rendimenti attesi e come essi vengano gestiti. Il punto di partenza rimane il profilo dell’investitore e la sua volontà di vedere espressi la promozione di caratteristiche sociali ed ambientali soggetti a buone pratiche di governance o con l’esplicito obiettivo di effettuare investimenti sostenibili. La pubblicazione dei Regulatory Technical Standard, pur non in versione definitiva, ha ulteriormente affinato i parametri il cui impatto potrebbe presentare prospettive di applicazione differenti, ma che rappresentano già un valido punto di riferimento. Non dimentichiamo infine che letture, interpretazioni, implementazioni e desiderata sono frutto della storia e della cultura non solo personali ma anche di un Paese”, entra nel dettaglio l’esperto.

La magnitudine del cambiamento

Al netto delle imponenti sfide poste da un percorso verso la sostenibilità ancora nella sua fase iniziale ed il cui svolgersi passa anche dalla costruzione di un quadro concettuale maggiormente definito, non è possibile, secondo il senior manager Institutional Clients di Pictet AM e analista ESG, avere dubbi circa il fatto che la strada sia ormai tracciata.

“L’universo investibile (sul fronte azionario) è attualmente composto da circa  4.000 aziende (ovviamente in aumento) con un valore di mercato stimato intorno ai 2.500 miliardi di dollari, che cresce al 6-7% all’anno e con un ampio impatto sull’economia. A differenza del progresso tecnologico, le transizioni energetiche richiedono molto tempo e come tutti i trend, necessita delle dovute precauzioni nella costruzione del portafoglio”, commenta.

Le conseguenze di quanto sta accadendo assumono, infatti, per intensità e durata i caratteri di una vera e propria rivoluzione. Ghilotti cita a titolo esemplificativo una ricerca dell’Università di Oxford, svolta in partnership con il Gruppo Pictet, che evidenzia come l’impatto dei cambiamenti climatici sul PIL mondiale si tradurrà in una riduzione del 45% entro il 2100. “Con le attuali strategie si traduce in una perdita stimata di 200.000 miliardi di dollari statunitensi. In paesi come Cina e India, fortemente dipendenti dal carbone, sarà ancora maggiore. Si stima che i sustainable assets siano 30.000 miliardi di dollari e  nei prossimi 10 anni le opportunità nel settore cresceranno di 22.000 miliardi. Il 65% potrebbe essere destinato alla Cina. Il solo settore energico avrà una crescita degli investimenti di sei volte entro il 2050”.

Investitori istituzionali e ESG assessment

Entrando nello specifico del caso degli investitori istituzionali, Ghilotti fa notare come questi si siano mossi da tempo compiendo una mappatura del livello ESG del proprio portafoglio e come la collaborazione con consulenti e gestori abbia permesso di identificare, anche in assenza di specifici benchmark sostenibili, il grado di esposizione degli asset a fattori ESG. “Emerge sempre più forte la volontà di rendersi partecipanti attivi tramite engagement e interessante, a tal proposito, è l’iniziativa del Forum per la Finanza Sostenibile volta a favorire, tramite gruppi di lavoro,  l’avvio di iniziative di engagement all’interno della base associativa. Sono stati identificati gli obiettivi prioritari sia sul fronte ambientale che sociale e di governance, oltre ai principali target cui rivolgere azioni comuni. Diventa sempre più evidente che “E” ed “S” dipendono fortemente da “G”, e il nostro programma di active ownership passa anche per l’engagement”. “La reportistica”, sottolinea inoltre “è un fattore altrettanto cruciale in quanto espressione delle attività concrete che i consigli di amministrazione stanno svolgendo e la rappresentazione esplicita dell’impegno assunto con i relativi stakeholders. Gli impact report dei nostri portafogli tematici espongono dettagliatamente i valori di impatto rispetto a metriche ambientali e sociali, ma riportano anche gli SDR, evidenziando così il preciso impatto sui differenti obiettivi di sviluppo sostenibile”.

“Il welfare delle generazioni a venire”, conclude, “passa necessariamente dal controllo dei fattori ambientali, dall’inquinamento, dalla salvaguardia delle biodiversità, dal controllo della deforestazione e tutti quegli elementi causati dal soddisfacimento dei bisogni attuali. Ma per poter parlare di sostenibilità bisogna essere aziende ‘sostenibili’, e questo è il messaggio che cerchiamo sempre di trasmettere ai nostri partner istituzionali”.