Nel corso degli ultimi 20 anni, il numero di investimenti di private equity è aumentato costantemente, da una media di sei operazioni all'anno nel 2001-2005, a 11 nel 2006-2015, 19 nel 2015-2018 e infine 41 nel periodo 2019-2021. Il risultato è che nel corso degli ultimi 5 anni si è concentrato il 51% di tutte le operazioni del ventennio scorso. I numeri emergono dall'indagine "Private equity e mid-cap, 20 anni di storia", che traccia un identikit delle operazioni e, soprattutto, indaga sui benefici e gli effetti sulle imprese oggetto degli investimenti.
L'analisi è stata condotta da Mediobanca e dalla LIUC Business School, attraverso il PEM - Private equity monitor e l’ufficio studi e ricerche di AIFI analizzando un totale di 319 medie imprese manifatturiere italiane, nelle quali hanno fatto ingresso fondi di PE e altri investitori finanziari nel ventennio 2001-2021. Inoltre, gli analisti del gruppo di ricerca hanno osservato un campione di controllo composto da 659 aziende che, nel medesimo periodo, non sono state oggetto di investimenti analoghi.
“Le grandi discontinuità dell’ultimo lustro hanno portato a definitiva maturazione la consapevolezza da parte del nostro family business della necessità di imprimere un salto dimensionale e manageriale alle proprie imprese", ha commentato Gabriele Barbaresco, direttore dell’area studi Mediobanca. I numeri della ricerca raccontano che "i fondi di PE hanno saputo intercettare questa esigenza, offrendo leve efficaci ma al contempo calibrate sulle singole storie imprenditoriali”, aggiunge.
Il PE fa bene alla crescita
Il verdetto è univoco: il private equity fa bene alle mid-cap e all'economia reale, stimolando crescita economica e occupazione. In media, nel biennio successivo all'ingresso dei capitali, il fatturato delle aziende analizzate ha registrato una crescita media cumulata del 25%, a confronto con il 9,2% medio di imprese con caratteristiche similari, ma che non sono state oggetto di deal. La crescita si estende all'organico delle imprese, con un numero di dipendenti che sale del 17,6%, rispetto all'1,3% del campione di controllo. Anche il totale degli attivi a disposizione delle aziende oggetto di deal, infine, aumenta del +81,9%, quasi sei volte in più rispetto al +13,8% consuntivato dalle imprese non target: segno che i deal apportano investimenti atti a dotare le imprese target di asset adeguati a sostenere la crescita.
Nei due anni successivi agli investimenti, infine, aumenta anche la posizione finanziaria netta (PFN) delle mid-cap, in misura del 63%, di gran lunga superiore alla media. Tuttavia, i deal riguardano in primo luogo aziende poco indebitate, e anche tale incremento della leva non è sufficiente a portare il rapporto tra PFN ed EBITDA a livelli preoccupanti (ovvero, superiori a 3x). Questo evidenzia come gli investitori, "e in particolare quelli del PE così rilevanti nel caso delle MidCap italiane, abbiano storicamente fatto ricorso alla leva finanziaria in misura prudente e sostenibile", si legge nello studio.
L'identikit dei deal: investimenti industriali nel Nord Italia
Gli investimenti provengono nella grande maggioranza dei casi (l'82,1%) da fondi chiusi di PE, e solo nel 9,4% da holding di investimento. Club deal e family office restano largamente minoritari. Le operazioni sono principalmente di buy-out (il 62%), mentre per un terzo circa (il 31%) si tratta di apporti di capitale proprio in imprese già avviate, e la parte restante è divisa tra sostituzioni di azionisti di minoranza e turnaround. L'origination dei deal, ovvero la motivazione dietro agli investimenti, è quasi sempre dovuta all'ingresso diretto di imprese private nel capitale sociale (l'89% dei casi). Nel 7% si tratta invece di cessione di rami d'azienda, e nel 4% di secondary buy-out. I casi di add-on, quelli in cui le imprese già partecipate da investitori finanziari sono protagoniste di nuove acquisizioni, incidono per il 12% sul totale.
In termini geografici, la quota più alta di investimenti si concentra, senza sorprese, nel Nord Italia: Lombardia (29%), Emilia Romagna (16%), Veneto (15%) e Piemonte (12%). Il Centro-Sud mantiene proporzioni minime, tra il 2% e l'1% per Lazio, Abruzzo, Sicilia, Puglia. Mentre guardando ai settori, sono i prodotti industriali e i beni di consumo ad attrarre il maggior numero di investimenti, con il 45% e il 25% rispettivamente, seguiti da cibo e bevande (15%) e chimico-farmaceutico (7%).
L’analisi, in conclusone, mostra quindi il ruolo fondamentale del private equity nella crescita dell’economia reale a supporto della competitività: "Il mondo imprenditoriale ha compreso l’importanza di avere un fondo al proprio fianco nei momenti di cambio di passo e lo vediamo dal numero delle operazioni che sono cresciute costantemente in questi ultimi vent’anni”, ha dichiarato Anna Gervasoni, Rettore Università LIUC e Direttore Generale AIFI.






