Asia, motore della crescita e miniera di opportunità

L’Asia è il motore della crescita mondiale ormai da anni, l’incremento del ceto medio, l’aumento dei consumi domestici e la tecnologia hanno giocato un ruolo essenziale, facendo di quest’area una miniera di opportunità. La Cina è alla guida del timone, avendo anche mostrato una maggiore efficienza nella gestione della crisi scaturita dal Covid-19, ma si aprono importanti strade anche per altri Paesi. Ne abbiamo discusso in occasione di una tavola rotonda virtuale sull’opportunità del mercato asiatico.

“L’Asia viene riconosciuta come la fabbrica del mondo”, così esordisce nella discussione Catherine Yeung, portfolio manager di Fidelity International, “la manifattura è stato il principale contributore alla crescita e alla ripresa industriale del 2020, dato l’aumento dei consumi domestici”, prosegue. È un’area che, inoltre, sta puntando molto sulla tecnologia e l’innovazione. “Il 70% dell’offerta globale di semiconduttori proviene dalla Cina, che sta lavorando, infatti, per diventare il leader mondiale in questo settore, ma anche Taiwan si sta mettendo in gioco in tal senso”, spiega Yeung. Nelle popolazioni asiatiche oggi circola maggiore ricchezza e si è creato terreno fertile per le banche di investimento, che supportano a loro volta questa crescita economica.

Il ruolo dell’Asia in portafoglio

Secondo un recente sondaggio di Fidelity International solo il 2% dei portafogli italiani ha un’esposizione sull’Asia, ma questo peso è destinato ad aumentare. “Fino a qualche anno fa l’Asia era associata a una maggiore volatilità e quindi a maggior rischio, ma le cose sono cambiate”, commenta Rosario Sarcone, head of Wholesale Italy, Fidelity International. “L’economia è più matura e ci sono aziende leader in determinati settori, come Samsung o Huawei, siamo certi che quest’area geografica continuerà a supportare la crescita mondiale e quella dei mercati finanziari, sebbene sia ancora sottopesata nell’indice MSCI World, dove la Cina per esempio rappresenta solo il 5%”, prosegue il sales. 

Investire in Asia vuol dire investire nel futuro, ma rappresenta ancora una parte residuale dei portafogli degli investitori. A confermarlo è Roberta Rudelli, head of Fund selection di Cordusio SIM  e UniCredit Wealth Management, secondo la quale l’Asia è ancora associata al concetto di “Paesi emergenti”, non è vista, quindi, come un’allocazione core del portafoglio, ma con un’ottica opportunistica e tattica. “L’interesse degli investitori si accende per quest’area quando i dati macro sono particolarmente solidi o con un approccio tematico su singolo Paese o tema di investimento. Tuttavia, in caso di forte volatilità su questi mercati, l’attenzione tende poi spostarsi su altre tipologie di asset class”, spiega la fund buyer.

Se escludiamo il Giappone, il Pil della regione Asia-Pacifico supera oggi i 20 trilioni di dollari USD ed è dominato dalla Cina che, con oltre 14,6 trilioni, si colloca al secondo posto nel mondo dietro agli USA, tuttavia il peso dei Paesi asiatici e della Cina è del tutto sottodimensionato rispetto alla loro importanza economica. “Questo ha sicuramente inciso sulle scelte allocative degli investitori, che sono stati influenzati negativamente dall’ormai remota distinzione tra Developed Markets ed Emerging Markets”, ha dichiarato Paolo Biamino, responsabile Manager Selection di Euromobiliare AM SGR. “La costruzione di un benchmark o di una asset allocation strategica è molto spesso un esercizio svolto con lo specchietto retrovisore, anche se non dovrebbe essere così, per cui in alcuni casi i portafogli modello sulla base dei quali gli investitori stessi allocano le proprie risorse potrebbero essere retaggi del passato”, prosegue. Ma c’e un cambiamento in atto, ne è un’esempio la strategia di investimento flessibile azionaria China Evolution di Euromobiliare AM SGR in collaborazione con Fidelity International che rappresenta il primo passo in questa direzione.

La Cina rappresenta il 17% del Pil mondiale, contro il 25% degli Stati Uniti, ma se si considera il loro peso all’interno dell’MSCI All Country index troviamo un netto disallineamento, perché la Cina è rappresentata solo per il 5%, mentre gli USA per il 60%. “L’anno scorso abbiamo assistito ad una sovra-performance dei mercati asiatici, che ha spinto molti investitori a guardare con interesse a quelle aree, che ad oggi sono ancora sotto-investite. Crediamo quindi che sia giunto il momento di aumentare il loro peso in portafoglio, dato che ultimamente sono aumentati anche  i prodotti dedicati, incrementando così il ventaglio di opportunità a disposizione per una migliore esposizione”, afferma Patrick McKenna, CFA, portfolio manager di Mediolanum Internationa Funds.