La sostenibilità ha smesso di essere una nicchia per diventare una dimensione centrale negli investimenti. Oggi le società di gestione si trovano sotto la pressione sia dei clienti sia dei regolatori, chiamate a dimostrare non solo impegno, ma anche risultati concreti. In Allianz Global Investors, questa agenda è parte integrante dell’identità aziendale. In un’intervista a FundsPeople a Parigi, Matt Christensen, head of Sustainable and Impact Investing, descrive la filosofia della società e come riesce a bilanciare impatto e rendimento. “Dall’alto dell’organizzazione c’è un chiaro impegno verso l’investimento sostenibile, in tutte le asset class”, spiega.
Per sostenere questa ambizione, la società dispone di un comitato dedicato alla governance sostenibile e di un team multidisciplinare di circa 40 professionisti distribuiti tra Parigi, Francoforte, Londra e Hong Kong. Le loro competenze coprono un ampio spettro di aree: dall’analisi dei dati e le politiche di esclusione, alla ricerca, allo stewardship e alla misurazione dell’impatto. Attualmente, secondo Christensen, “circa il 65% dei prodotti retail della società in Europa si qualifica come investimento sostenibile o a impatto”.
Ma è davvero possibile perseguire obiettivi d’impatto senza compromettere i rendimenti finanziari? La risposta del manager è netta: “Tutto ciò che facciamo mira a ottenere rendimenti di mercato. Il nostro fondo di impatto nel credito privato, per esempio, è sulla buona strada per superare il miliardo di euro di asset under management entro il 2026, e dimostra che è possibile combinare un impatto misurabile con una performance competitiva. Gli investitori istituzionali più sofisticati lo riconoscono”, afferma.
Transizione energetica: un impegno concreto
Sul piano metodologico, AllianzGI punta sempre più su metriche che catturano la transizione energetica. Tuttavia, non basta misurare le emissioni di carbonio in un dato momento: “è necessario monitorare gli impegni di decarbonizzazione e verificarne l’attuazione”, sottolinea Christensen. “Abbiamo creato metodologie proprietarie per distinguere le promesse dalle prove concrete, che spaziano dalle politiche interne alla riqualificazione del personale”. Questo approccio si applica anche ai settori tradizionalmente controversi, come quello dei combustibili fossili. Christensen precisa che “non intendiamo abbandonare le aziende in transizione, ma devono esserci evidenze che non stiano arretrando nei loro impegni”.
Il caso McDonald’s
Sul fronte dell’active ownership, la società adotta diverse strategie, che vanno dall’annunciare in anticipo la propria intenzione di voto — “come è avvenuto nel caso Adidas” — fino alla presentazione congiunta di risoluzioni, “come discusso nelle assemblee di McDonald’s e Pepsi”. Il caso McDonald’s è diventato particolarmente interessante. In collaborazione con altri investitori, AllianzGI ha chiesto all’azienda di integrare la gestione del rischio idrico nella sua catena di approvvigionamento, una questione critica per un gruppo globale con un’elevata dipendenza dalle risorse naturali.
La pressione ha portato all’adozione formale di questo criterio nella strategia aziendale. Christensen ricorda anche una conversazione con la responsabile della sostenibilità dell’azienda: “Mi disse che già discutevano il tema internamente, ma che la questione avanzò più rapidamente anche grazie al nostro intervento come investitori. È stato un momento che ha mostrato chiaramente quanto l’azione attiva degli investitori possa generare cambiamenti concreti”.
Regolamentazione e pragmatismo
L’ambiente normativo, in particolare in Europa, è un altro punto cruciale. Christensen ritiene che l’Unione Europea abbia “commesso un errore cercando di accontentare tutti” con la regolamentazione iniziale. “Il pacchetto Omnibus è positivo se continuerà a semplificare, anziché diluire completamente l’attuale quadro regolatorio; abbiamo bisogno di regole pragmatiche e proporzionate, soprattutto per le PMI. Quello che non possiamo permetterci è tornare a regimi volontari, che in passato si sono rivelati inefficaci".
Difesa vs. attacco
Un altro tema delicato è quello della difesa, che in Europa è sempre più oggetto di dibattito. “AllianzGI”, spiega Christensen, “ha trascorso un anno e mezzo a rivedere la propria politica di esclusioni in questo ambito”. Rimane l’esclusione delle “armi vietate, come l’uranio impoverito o il fosforo bianco”, ma è ora consentito “investire in armamenti nucleari di Paesi firmatari del Trattato di non proliferazione, poiché riteniamo si tratti di difesa e non di attacco. Siamo anche più flessibili in casi come quello di Airbus, un’azienda prevalentemente commerciale. Il nostro approccio è granulare e obiettivo”.
Guardando al futuro, Christensen individua tre grandi tendenze per i prossimi anni. La prima è l’intelligenza artificiale, destinata a rivoluzionare l’analisi dei dati ESG e d’impatto, ma che pone anche sfide complesse in termini di sovranità e affidabilità dei modelli. “Approcci diversi, in Paesi diversi, possono riflettere visioni politiche differenti e influenzare le decisioni d’investimento”, osserva.
La seconda riguarda la crescita dei prodotti legati all’adattamento, alla resilienza e alla transizione climatica, di fronte all’intensificarsi dei fenomeni meteorologici estremi.
La terza è l’espansione degli investimenti a impatto, ora anche nel retail, con la democratizzazione dell’accesso ai mercati privati. “L’era dei prodotti ESG vanilla, che si limitano a replicare indici, è finita nel 2021: hanno faticato a dimostrare una reale differenza rispetto ai prodotti non ESG. Negli investimenti a impatto, soprattutto nei mercati privati, è possibile mostrare risultati reali e misurabili, ed è questo ciò che i clienti apprezzano davvero”, conclude.

