Come sarà il 2021 per i private market?

View di mercato
Nick Seliverstov, Unsplash

La provocazione arriva direttamente dal Centro studi e ricerche di Itinerari Previdenziali. Perché in Italia siamo ancora in un ciclo di lenta crescita e non di piena maturazione, come in altri Paesi, in merito agli investimenti in private market? E perché il sistema degli enti previdenziali non viene trattato allo stesso modo rispetto al sistema degli investimenti per i privati? Dare una risposta, benché un parterre di ospiti istituzionali e non solo alla tavola rotonda virtuale chiamata “Al di là della pandemia: come sarà il 2021 per i private market?”, non è semplice.

La recente crisi epidemiologica ha accentuato i bisogni di questi soggetti, ma i fondi che investono in mercati privati ancora non decollano. C’è certamente l’interesse nel favorire il legame tra economia reale e investitori istituzionali, come spiega Carla Patrizia Ferrari, Chief Financial Officer di Compagnia di San Paolo, raccontando la sinergia nata con la Fondazione Cariplo. Tanto più se si avverte l’esigenza di mettere in campo un serio programma teso a incentivare, anche attraverso nuove agevolazioni fiscali, l’afflusso di capitali privati alle piccole e medie imprese e quindi all’economia reale. “Con Cariplo abbiamo fatto una scelta di continuità: abbiamo fatto lavorare assieme i nostri team per valutare il mercato, un lavoro complesso che va affrontato certamente nell’ambito di un processo di diversificazione. Una scelta che ha alla base l’idea che si debba lanciare e sostenere questa nuova modalità d’investimento”.

Gli investitori istituzionali sono da tempo protagonisti di un percorso di investimento anche e soprattutto attraverso fondi di private equity e private debt. Ne sa qualcosa, ad esempio, Massimo Giusti, presidente del fondo pensione Arco che dal 2017 è stato promotore dell’iniziativa di Assofondipensione in merito ai temi d’investimento sul private equity: “Grazie all’associazione abbiamo costituito un progetto comune, con Cdp e Fondo italiano per gli investimenti. L’idea è stata quella di trovare una soluzione unitaria fondamentale, con un sistema di regole certe, che permettesse di creare dei fondi in private equity e private debt per tutti coloro che sono interessati a investire nell’economia reale italiana a supporto della crescita. Noi, come fondo Arco, siamo stati i primi a sottoscrivere delle quote”.

L’interesse verso il mondo private è confermato anche da Gianni Golinelli, responsabile Area finanza di Enpacl. “Il nostro focus italiano passa attraverso sei fondi di private equity che abbiamo sottoscritto dal 2005 ad oggi. Al momento abbiamo circa il 9% del patrimonio dell’Ente investito in private equity. Man mano che arriveranno più ingressi contributivi seguiremo questa logica di investimento”.

Dal private equity al private debt

Se gli investimenti nel private equity crescono (gli AuM sfiorano i 5 miliardi) nel mercato del private debt si fermano di gran lunga ancora sotto il miliardo, anche se il trend in atto è partito e continua ad aumentare. Le difficoltà sono diverse, a partire dal rischio e dalle inefficienze normative. Ci sono però strumenti previdenziali, come il fondo pensione BCC, che investono nel decorrelato da oltre dieci anni, come spiega Sergio Carfizzi, direttore generale. “Da sempre investimento nel decorrelato, all’interno del quale c’è il private debt. Ma più si investe in questo segmento più serve fare attenzione ai rischi, per questo facciamo un lavoro di analisi meticoloso ed accurato, Inoltre sul private debt i fondi pensione sono soggetti a dei limiti di investimento. Al momento dei circa 500 milioni investiti nel decorrelato il 20% è dedicato al private debt sempre con un’ottica di diversificazione geografica, ma guardando anche all’Italia. I risultati sono incoraggianti e cercheremo di portare avanti questo processo d’investimento”.

C’è un gap, insomma, che l’Italia deve recuperare, passando necessariamente da una semplificazione normativa, come ricorda Aldo Gentile, funzione finanza fondo pensione Byblos. “Byblos ha investito il 5% del comparto bilanciato in tre Fia alternativi di debito, optando per la gestione diretta al fine di assicurare una governance attiva all’interno dell’investimento del prodotto”, spiega. Anche la Cassa dottori e commercialisti ha stanziato 100 milioni nel 2020 per il private debt. “L’interesse è cresciuto”, dice Fabio Lenti, il responsabile Investimenti Cdc, “ma siamo presenti più a livello internazionale perché rispondono più facilmente ai nostri requisiti di partecipazione e agli screening quantitativi e qualitativi. Abbiamo certo una componente Italia che pesa però meno del 10%. Sul private equity e real asset la percentuale è più alta”. La scelta di destinare una piccola parte del patrimonio in strumenti Fia di debito e infrastrutturali collegati all'economia reale italiana ed europea è stata fatta anche dal fondo pensione Prevaer, come ricorda il direttore generale Marco Barlafante: “Una scelta che ha dato buoni risultati finanziari anche per il contributo dato alle pmi finanziate”. Scelta abbracciata e sostenuta anche da Danilo Giuliani, vice direttore generale di Eppi e Claudio Graziano, presidente fondo pensione a prestazione definita del Gruppo Intesa Sanpaolo

Una tassazione da rivedere

È chiaro, però, che, se da una parte l’interesse per il private market è un dato di fatto, la necessità degli istituzionali sta nel rivedere la tassazione applicata ai rendimenti, fornendo così uno slancio ulteriore per la ripartenza economica del Paese. L’ultima revisione della normativa sui PIR, accorda ai privati una fiscalità di favore, ma sarebbe auspicabile considerare l’ipotesi di estendere anche agli Enti previdenziali ulteriori vantaggi per investimenti al di fuori del perimetro PIR. È questo anche l’auspicio di Giovanni Maggi, presidente Assofondipensione.