COP 26: cosa si aspettano i gestori internazionali

Sostenibilità, COP 26: cosa si aspettano i gestori internazionali
Markus Spiske, immagine concessa (Unsplash)

Nella città di Glasgow in Scozia un nuovo vertice sul clima che, come i precedenti, cercherà di chiudersi con delle misure concrete per frenare il cambiamento climatico. È conosciuta come COP26 perché è la ventiseiesima edizione di queste “Conferenze delle Parti”. Quest’ultime sono le firmatarie della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), che mira a realizzare dei progressi sensibili nella lotta al riscaldamento globale.

Ma al di là dello scopo generale di cercare e di trovare soluzioni che diano una tregua al pianeta, quali sono gli obiettivi specifici di questo meeting britannico? Cosa dovrà succedere perché significhi davvero qualcosa al di là delle parole e dei buoni propositi sui temi ESG che sicuramente emergeranno durante le giornate di discussioni? Ophélie Mortier, strategist degli investimenti responsabili di DPAM, riassume il vertice in quattro obiettivi: assicurare un percorso verso emissioni nette zero entro la metà del secolo, mobilitare i mezzi finanziari, adattarsi e proteggere le comunità locali e gli habitat naturali, e lavorare insieme per soddisfare queste ambizioni.

Riscaldamento globale a 1,5°C

Per cominciare, il fine ultimo di tutti questi obiettivi è quello di limitare il riscaldamento globale ben al di sotto 2°C, preferibilmente a 1,5°C, rispetto alla temperatura media pre-industriale. La cattiva notizia è che proprio questo obiettivo era lo scopo dell'Accordo di Parigi del 2015, e la realtà è che sono stati fatti pochi progressi. "Gli impegni dei governi per ridurre le emissioni, i Contributi Nazionali Determinati (NDC), saranno d’aiuto, ma sono molto lontani dalle riduzioni necessarie per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C", dice Keith Wade, capo economista di Schroders. Inoltre, sottolinea che anche se tutti gli NDC verranno implementati, le emissioni annuali totali di gas serra si stabilizzerebbero a 53 gigatonnellate di CO2 equivalente (GtCO2e) nel 2030. Una cifra insufficiente considerando che "per limitare l'aumento della temperatura a 1,5°C secondo l'accordo di Parigi, le emissioni future dovrebbero essere ridotte a 25 GtCO2e all'anno nel 2030, una differenza di 28 GtCO2e rispetto agli impegni attuali", dice l’esperto.

"Gli attuali impegni climatici dei Paesi, se rispettati, ci metteranno sulla strada di un mondo a 2,7°C. Abbiamo bisogno di maggiori impegni per il clima da parte dei governi e delle autorità di regolamentazione per fissare le regole e stabilire le tabelle di marcia che guideranno le pratiche del settore degli investimenti in futuro", specifica Jean-Jacques Barbéris, head of Corporate and Institutional Clients & ESG di Amundi.

Manca anche l'impegno da parte delle aziende. Bruce Duguid, head of stewardship di EOS di Federated Hermes, ricorda. "I dati dell'indice di riferimento ClimateAction 100+ mostrano che mentre il 52% delle 159 maggiori aziende mondiali ha un obiettivo di emissioni netto zero, solo il 7% ha obiettivi allineati a 1,5°C".

Come raggiungere l'obiettivo?

L'obiettivo in sé è complicato ma, come spiegano le case di gestione di fondi, può essere raggiunto se ci sarà un accordo globale da parte di tutti i Paesi per raggiungerlo, compresi ovviamente la Cina e gli Stati Uniti, non più sotto Trump, ma Biden. Ma non sarà facile considerando che, come ci ricorda J.P. Morgan AM, la Cina non ha aggiornato il suo NDC, nonostante abbia dichiarato l'intenzione di toccare il massimo delle emissioni di carbonio entro il 2030 e raggiungere l'obiettivo di zero emissioni nette entro il 2060. Qualcosa che la società di gestione considera "insufficiente per un Paese che è responsabile della maggior quantità di emissioni di carbonio globale". E questo è da ritenersi in un certo modo normale dato che la sua industrializzazione è arrivata molto più tardi di quella dei Paesi occidentali.

Sostenibilità, COP 26: cosa si aspettano i gestori internazionali
Fonte: J.P. Morgan AM.

Questo ci porta al secondo accordo richiesto dagli asset manager, illustrato da Jean Philippe Desmartin, responsabile degli investimenti responsabili di Edmond de Rothschild Asset Management: "La dotazione completa e regolare del fondo annuale di 100 miliardi di dollari da parte dei Paesi ricchi a favore dei Paesi più poveri per aiutarli a finanziare la loro transizione energetica e ambientale, in linea con l'impegno preso alla COP21”. Ma come spiega Lucian Peppelenbos, stratega climatico di Robeco, "questo impegno non è stato rispettato. Pertanto, l'esito della COP sarà positivo se si raggiungerà un accordo sul finanziamento post-2020". "È essenziale che i Paesi sviluppati aiutino quelli emergenti a compiere la loro transizione energetica. I Paesi in via di sviluppo sono altamente dipendenti dai combustibili fossili e non hanno mezzi sufficienti per farne a meno”, conferma Aline Goupil-Raguénès, strategist dei mercati sviluppati di Ostrum AM (una filiale di Natixis IM).

Articolo 6: la questione rimane aperta

Un'altra questione in sospeso, che è stata anche un problema alla COP25 di Madrid, riguarda l'Articolo 6 degli accordi di Parigi. Come spiega Duguid, “è l'Articolo che permette ai Paesi che non raggiungono i loro obiettivi di utilizzare i risultati di altri Paesi per raggiungere gli obiettivi generali". Nel concreto, è quello che regola il mercato del carbonio.

"I membri rivedranno attentamente i dettagli dell'Articolo 6 dell'Accordo di Parigi, che si è concentrato sulla cooperazione e ha introdotto il concetto di un mercato internazionale del carbonio", dice Ophélie Mortier. E lo faranno in un momento in cui la crisi energetica ha fatto salire il costo delle compensazioni di carbonio. In particolare, come spiega Abbie Llewellyn-Waters, head of Sustainable Investment nel team Environment and Sustainability di Jupiter Asset Management, il costo di compensazione di una tonnellata di emissioni di carbonio è ai massimi storici "(64 euro al momento in cui scriviamo), mentre prima dell'anno scorso era appena superiore ai 30 euro". Questo porta l’esperto ad affermare che "le emissioni di carbonio piuttosto che un sottoprodotto stanno rapidamente diventando un costo che penalizza le aziende".