Un panorama che si è consolidato nel tempo intorno a un numero ristretto di grandi player, principalmente di emanazione estera. È quanto emerge analizzando il perimetro entro cui si muove il business delle banche depositarie in Italia. I passaggi in atto negli anni sono, infatti, figli di una concentrazione degli attivi guidata da diverse esigenze: la scelta, da parte dei grandi istituti nazionali, di concentrarsi sul proprio front business e di dare in outsourcing le attività non considerate strategiche, ma anche il bagaglio “pesante” che implica la gestione dei depositi, che necessita di una massa critica notevole e, soprattutto, richiede una forte specializzazione.
Come noto, la banca depositaria deve possedere la nazionalità italiana o essere una succursale italiana di una banca che ha sede statutaria in un altro Stato membro dell'Unione europea. Possono assumere l’incarico anche SIM e succursali italiane di imprese di investimento UE e di imprese di Paesi terzi diverse dalle banche, e il patrimonio di vigilanza non deve essere inferiore ai 100 milioni di euro. La segmentazione del mercato nel nostro Paese dunque vede oggi una concentrazione degli asset in deposito e custodia nelle mani di poche entità, mentre player come Unicredit, Intesa Sanpaolo e Banco BPM (oltre a Ubi Banca oggi in mano a ISP), nel tempo hanno preferito uscire dal settore.
Depositarie, la concentrazione dell’industria in Italia

Volodymyr Hryshchenko (Unsplash)
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