Diversificare i portafogli con il debito emergente, le scelte dei fund selector

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Oggi più che mai la diversificazione è diventata un mantra quando si parla di asset allocation dei portafogli obbligazionari. Nell’ultima parte della tavola rotonda di FundsPeople dedicata alle opportunità fixed income ci siamo interrogati sul ruolo che rivestono oggi i mercati emergenti e sulla scelta di coprirsi dal rischio di cambio o beneficiare della volatilità delle valute. Che l’inserimento del rischio emerging market in un portafoglio bond possa portare dei benefici è un dato che condividono gli esperti che hanno preso parte all’evento privato, e questo non solo per la ricerca di rendimento ma anche perché, dal punto di vista dell’asset allocation, l’esposizione a queste aree può costituire una fonte di diversificazione.

Meglio le hard currency

“Il mondo del debito emergente in local currency ha come valore aggiunto il fatto di avere una duration più contenuta”, commenta Marco Pelissero, head of Portfolio Managers di Banca Patrimoni Sella & C.. Per quanto riguarda l’esposizione al rischio cambio, invece, l’esperto ritiene che sia una strada che il mercato sembra non voler percorrere al momento. “In un’ottica di più breve termine, manteniamo una view piuttosto cauta perché crediamo che gli aspetti di natura quantitativa che connotano il mercato dei Treasury possano indirettamente penalizzare il mondo del debito emergente, che potrebbe inoltre continuare a patire un’evoluzione del quadro macro meno positiva se rapportata al contesto dei Paesi sviluppati, mentre sul medio termine l’asset class potrebbe configurarsi come interessante buy opportunity. Anche il credito emergente, seppur in maniera selettiva, esprime un rendimento a fronte di un rischio tassi relativamente contenuto”, afferma.

Premesso che un check sull’appetito al rischio dell’investitore vada fatto ex ante, la questione del rischio valutario è estremamente importante. “Tra i nostri clienti vi è preferenza marcata per bond emergenti in hard currency, il che implica investimenti prevalentemente in dollari”, spiega Enrico Scarin, head of Mark to Market Portfolios Fixed Income di Generali Investments. “I bond emerging markets in local currency”, prosegue, “implicano la capacità di poter sopportare perdite di valore molto significative nel proprio investimento”.

Altro tema fondamentale è la copertura del rischio valutario nei bond emergenti che ha un costo significativo sia per un tema di differenziale dei tassi, sia per la minore liquidità degli strumenti derivati dedicati. “L’elevato grado di rischio e i costi di copertura suggeriscono di approcciare la volatilità delle valute emergenti solo tramite fondi e gestori dedicati”, spiega Scarin. E poi c’è la questione dell’apprezzamento del dollaro, sempre associato a una possibile sottoperformance dei mercati emergenti, soprattutto per quei Paesi ad alto indebitamento in valuta estera. “Quella valutaria è comunque un’asset class molto particolare, alla quale bisogna approcciarsi in maniera specializzata. Noi lo facciamo strutturando l’intera offerta prodotti attraverso una strategia multi boutique”, aggiunge l’esperto di Generali.

Le emissioni sovrane dei mercati emergenti sono attualmente l’unica asset class governativa in sovrappeso nell’asset allocation di Banca Aletti per via dei tassi reali positivi, come sottolinea la fund selector Ilaria Michelini. Al suo interno, vi è una preferenza per l’area asiatica. Anche noi su bond governativi emergenti preferiamo le emissioni in hard currency anche alla luce del fatto che le nostre aspettative di medio termine sull’andamento del cambio euro-dollaro sono in un intervallo fra 1,15 e 1,20”, aggiunge.

Sulla questione della copertura dal rischio valutario per l’esperta il discorso va approcciato in termini di local currency. “Teoricamente, nel lungo periodo gli investimenti sui mercati emergenti dovrebbero essere comprensivi anche dell’apprezzamento delle valute locali al migliorare delle condizioni economiche dei Paesi emittenti. Questo, però, comporta un orizzonte temporale di lungo termine che molti investitori non riescono a comprendere appieno e il cliente non è in grado di sopportare un aumento della volatilità importante all’interno del portafoglio”, motivo per cui dalla banca tendono a sconsigliare l’investimento in local currency per le possibili perdite consistenti cui può andare incontro il portafoglio. “Di solito quando il cliente approccia il bond emergente lo scopo è quello di portare a casa una cedola e conservare il capitale a scadenza. Quindi, se l’obiettivo è la stabilità dei flussi di cassa che derivano da tali investimenti, allora è necessario coprire l’investimento dal rischio valutario per cercare di avere comunque un flusso di cassa il più stabile possibile nel tempo”, riassume Michelini.

Uno sguardo alla Cina

Per Daniel Squindo, head of Multimanager Division di BCC Risparmio&Previdenza un discorso a parte meritano i bond in Yuan quando si parla di mercati emergenti. “La Cina è uno dei più grandi mercati obbligazionari del mondo che in questo momento è totalmente sottopesato all’interno degli indici globali, e non tanto per questioni di capitalizzazione, ma per la volontà delle istituzioni di mantenere il mercato chiuso”, commenta. Questa asset class, pur non essendo scevra da volatilità, offre beneficio di diversificazione all’interno dei portafogli obbligazionari, cosa che sta mancando nel mondo fixed income sviluppato, spiega Squindo. “Ecco perché stiamo inserendo esposizioni in debito in yuan nei nostri portafogli”.

Anche sul fronte ETF un trend che si sta osservando in maniera evidente a livello di flussi è la crescita degli strumenti passivi sui China bond. “La Cina si è aperta soprattutto attraverso il bond connect e con l’aumento delle quote assegnate agli investitori istituzionali esteri per l’accesso al mercato diretto in titoli governativi, il che ha favorito l’internazionalizzazione del mercato nonché la stabilizzazione del tasso renminbi-dollaro”, commenta Mauro Giangrande, head of Passive Sales Italy, Iberia, France & MENA di Xtrackers, DWS Group. “Un Paese che sulle scadenze a 10 anni ha un rendimento del 3%, un merito di credito uguale al Giappone con un rapporto debito-PIL decisamente più basso e in più una stabilità della valuta abbastanza evidente, diventa una grandissima opportunità. Gli ETF in questo stanno dando una grande mano agli investitori perché non è così facile investire direttamente in bond cinesi, neanche per gli investitori istituzionali”, conclude l’esperto.