Crescono i timori per una bolla dell’IA, alimentati dalle valutazioni elevate raggiunte dagli hyperscaler e dagli accordi circolari delle ultime settimane tra le aziende protagoniste del settore, interpretati da molti investitori come un segnale d’allarme. A ciò si aggiunge la preoccupazione, diffusa da tempo tra gli investitori, che gli ingenti capitali destinati all’AI in questi anni non si traducano nei profitti attesi. In questo scenario, la chiave secondo Jacques-Aurélien Marcireau, Co-Head of Equities di Edmond de Rothschild AM e Lead Portfolio Manager del fondo con rating FundsPeople 2025 EdRF Big Data, è diversificare all’interno della tematica dei big data, guardando non solo alle società tecnologiche, ma anche a quelle aziende non-tech ben posizionate per trarre valore dalla trasformazione guidata dal connubio di IA e big data.
Capex e ricavi: IA alla prova dei fatti
“I Capex nell'IA sono diventati così significativi che i destini dell'IA e quello dei mercati azionari appaiono sempre più intrecciati”, afferma Marcireau in un webinar con la stampa specializzata. “La domanda centrale di questo momento è se il processo di scaling dell'IA accelererà o rallenterà. Ne derivano due scenari polarizzati e differenti. Quello di un ‘nuovo ordine’ e una società più efficiente basata sull’IA, come quella teorizzata da imprenditori come Alex Karp, CEO di Palantir. In questo caso, le valutazioni di big cap del tech come Nvidia non sono troppo costose. E lo scenario opposto, in cui il processo di scaling dell'IA starebbe rallentando. In questo caso ci sarebbero delle serie ragioni per temere una situazione di sovracapacità negli investimenti legati all'intelligenza artificiale”, spiega il gestore.
In pratica, il timore è che le aziende stiano investendo troppo rapidamente in infrastrutture AI (data center, semiconduttori, hardware) rispetto alla domanda reale di applicazioni o servizi AI, con il rischio di un eccesso di offerta nel settore.
Morgan Stanley stima una spesa di 3 trilioni di dollari spesa nell'IA da qui al 2028. Ma neppure gli hyperscaler con i loro enormi bilanci possono provvedere da soli questo fabbisogno. “L’attesa è per un momento di svolta, o di nuovi servizi che permettano di convertire in utenti paganti coloro che oggi utilizzano gratuitamente i servizi di GenAI. Restano però molti interrogativi su come e quando questa trasformazione avverrà. E, se dovesse tardare, potrebbe creare forti difficoltà. Non è infatti ancora chiaro quando la GenAI riuscirà a generare utili sufficienti a giustificare l’enorme massa di investimenti”, dichiara.
“Dagli annunci sulla portata rivoluzionaria della GenAI che si moltiplicano sui media, che parlano della disruption che questa tecnologia dovrebbe avere in settori come i servizi di call center, le attività amministrative e l’IT, ci si aspetterebbe un impatto già tangibile”, prosegue l’esperto. “In realtà, sommando i profitti generati dagli strumenti di GenAI come OpenAI, Copilot o Mistral, si arriva oggi a circa 50 miliardi di dollari annui, che rimane un risultato notevole per la rapidità con cui è stato raggiunto. Tuttavia, per ottenere questo livello di ricavi, sono già stati investiti circa 500 miliardi di dollari in Capex. Esiste quindi un evidente divario tra questa narrativa che alimenta l’entusiasmo del mercato e la redditività effettiva del settore”, evidenzia il gestore.
Allarme per gli investimenti circolari nell'IA
Nelle ultime settimane si è diffuso anche il timore riguardo alle forme di finanziamento circolari tra i big dell'IA, con accordi tra due o più parti in cui c'è un investimento reciproco di capitali. È il caso delle recenti partnership tra Nvidia e OpenAI, che prevede un investimento fino a 100 milioni di dollari da parte di Nvidia, e tra Oracle e OpenAI, del valore di 300 milioni di dollari, per la fornitura di potenza di calcolo cloud da parte di Oracle nell’arco di cinque anni. Un fenomeno che richiama alla mente la bolla delle dot-com, un’epoca in cui questi accordi erano molto comuni.

Secondo Marcireau staremmo attraversando un momento di euforia in cui i mercati sembrano aver perso il senso critico. “L’accordo tra Oracle e OpenAI, ad esempio, se analizzato con un’ottica tradizionale, potrebbe sollevare più di un dubbio. Eppure, è stato accolto come un segnale fortemente rialzista per l’intero comparto dell’IA: il titolo Oracle è salito del 36%, e anche un competitor come CoreWeave ha guadagnato il 17%. Sebbene i mercati tendano sempre ad avere ragione, la qualità attuale del segnale di prezzo proveniente dai mercati azionari è a dir poco scarsa, con livelli senza precedenti di compiacimento, amplificazione e visione a breve termine”, analizza l’esperto.
Diversificare nella tematica 'big data'
Marcireau ritiene che solo il tempo dirà se questi investimenti riusciranno ad accelerare l’adozione dell'IA o se saranno una forma di distruzione di capitale. Intanto, la chiave secondo il gestore è diversificare il portafoglio con aziende capaci di beneficiare del trend dell’IA tramite il filtro dei big data. L’idea è di puntare su aziende appartenenti a molteplici settori economici, ma che possiedono grandi quantità di informazioni (definite data users) e su società di software verticali che potrebbero beneficiare dell’integrazione della GenAI grazie alla loro posizione di forza: disporre della materia prima essenziale (ossia i dati) per allenare gli LLM e sviluppare nuovi prodotti e servizi.
“Tutte le aziende in qualunque settore che possiedono grandi quantità di dati sono potenziali beneficiarie della rivoluzione dell’intelligenza artificiale”, spiega Marcireau. “Nomi come ad esempio l’azienda farmaceutica Roche o la compagnia di assicurazioni Axa rientrano in questa categoria”, afferma. “La parte più interessante del mercato, tuttavia, è quella che definiamo dei vertical software: società che sviluppano soluzioni cloud per settori industriali molto specifici. Ad esempio Toast, un'azienda americana che fornisce software di gestione per ristoranti basato su cloud, o di Veeva Systems, leader statunitense nelle soluzioni cloud, dati e servizi per l’industria delle scienze della vita, come quella farmaceutica e biotecnologica”, conclude.

