L’intervento dello Stato nei mercati azionari, diretto o indiretto che sia, è sempre più frequente e distorce l’andamento naturale degli indici, le cui correzioni vengono annullate dagli acquisti delle Banche Centrali o dei fondi sovrani o pensioni gestiti dai governi. Per esempio, in Cina, il governo controlla direttamente la maggior parte delle transazioni, non solo vietando la vendita allo scoperto di molti titoli, ma anche intervenendo ogni volta che gli scostamenti giornalieri superano determinati limiti di oscillazione. Già da diversi anni, le Banche Centrali manipolano indirettamente le quotazioni attraverso programmi di quantitative easing e di finanziamenti agli istituti di credito. Tale liquidità rimane nel sistema finanziario e viene in gran parte utilizzata per l’acquisto di titoli azionari in modo da compensare il calo dei rendimenti dei titoli pubblici. In Giappone, da quando è stata lanciata la politica ultra espansiva del primo ministro Shinzo Abe, sono sia lo Stato che la Banca Centrale ad intervenire in modo deciso nel mercato azionario locale; poilitica che è fortemente supportata anche dalla Banca del Giappone. Con il Fondo Pensione governativo (GPIF), il governo nipponico ha acquistato azioni per inflazionare il mercato e creare quindi un effetto ricchezza che si auto alimentasse, rischiando di dare vita ad una nuova bolla come quella che scoppiò nel 1989. Tuttavia, la serie di sforzi che il Giappone sta compiendo per rivitalizzare l’economia e i mercati si sono mostrati molto importanti, dove il piano economico del primo ministro Abe è tuttora considerato come il miglior tentativo nipponico di stimolare una crescita sostenibile, e difatti da queste iniziative politiche emergono messaggi di portata globale, con positive prospettive future in termini di rendimenti azionari.
Equity giapponese, una crescita sostenibile

Safia Osman, Flickr, Creative Commons
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