Riorganizzare il team in funzione della ricostruzione della strategia di asset management del Gruppo. È così che si è evoluta la nuova composizione della squadra di fund selection di Unicredit: nove professionisti, guidati da Chiara Calì, head of group funds selection & portfolio management, che uniscono competenze interne strutturalmente (e storicamente) orientate alla selezione dei fondi con competenze nuove, che mettono in campo la strutturazione del fondo, “il product design”, e l’innovazione dell’offerta dei prodotti di investimento.
La fund selection secondo UniCredit: team, processo, distribuzione e la sfida dei private market

Punto di svolta, spiega Calì a FundsPeople, “è stato il lancio della piattaforma onemarkets Fund, a fine 2022”. Da qui la combinazione nel team tra il “nucleo storico”, composto da Roberta Rudelli, Davide D’Acunto, Giovanni Barbieri, Valentina Madama, Marco Cabrini e Marco Cerasino, e l’innesto di nuove figure di analyst (con profili anche più quantitativi): Marco Lepore, Arjola Cibaj e Giovanni Pianelli. L’obiettivo, sottolinea Calì: “È integrare la conoscenza e l’esperienza tradizionale di fund selection con competenze più tecniche e quantitative per innovare il processo di fund selection e la strutturazione dei prodotti”. Il team ha un coverage paneuropeo ed è suddiviso per asset class: più nel dettaglio, oltre alla responsabile Chiara Calì, Madama e Barbieri sono lead analyst per le strategie fixed income, Rudelli per i prodotti multi-asset, D’Acunto e Cabrini hanno un focus maggiore sull’equity e sull’analisi ESG mentre Cerasino si focalizza sui private market. A supporto di tutto il team, “gli analyst hanno un approccio cross asset class e si focalizzano anche sull’ottimizzazione dei dati a supporto delle analisi di fund selection, oltre che su strutturazione e design di prodotto delle nuove strategie”.
1/6La riorganizzazione del team è accompagnata anche a un altro sviluppo, legato alla centralizzazione dell’attività di selezione dei fondi e delle attività product design. “Storicamente la selezione era concentrata su Italia, Germania e Austria – continua l’esperta –. Oggi il team è paneuropeo: oltre ai primi tre mercati, copre altri 12 Paesi in Centro ed Est Europa: Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria, Ungheria, Romania, Croazia, Bosnia, Serbia, Slovenia, e include anche la Grecia, dove supporta la distribuzione di onemarkets Fund grazie alla partnership con Alpha Bank”. Qui entra in gioco il tema della selezione, che si fonda sul modello ad architettura aperta il che impone, come sottolinea più volte Calì, “un approccio olistico volto a selezionare il ‘best of best’ per case di gestione, segmento di clientela e canale distributivo, e si fonda su un approccio agnostico per quanto riguarda il tipo di wrapper utilizzato”. Una strategia può essere inserita in un fondo, in una gestione patrimoniale, in un certificato, in un contenitore assicurativo. “Nel lavoro in architettura aperta emerge un numero di partner più ristretto in ambito retail; quando si sale di segmento, verso private e wealth o per utilizzatori come i fund buyer interni, il ventaglio di case e di strategie si allarga”.
In totale, il team supervisiona circa 200 miliardi di asset under management, coprendo l’intero spettro di asset class, dalle soluzioni liquide fino ai private market.
2/6La caratteristica fondante del nucleo di selezione è la stretta integrazione con la rete commerciale dei Paesi in cui Unicredit è presente. “Ci interfacciamo con tutti i canali distributivi locali: abbiamo bisogno di capire i bisogni della clientela Paese per Paese, parlare con chi è sul territorio e lavorare insieme su soluzioni dedicate per segmenti specifici”.
In questo scambio con le realtà locali, un ruolo importante è, appunto, il posizionamento organizzativo del team. “La squadra di selezione si inserisce all’interno dell’area Group Investment Product Solutions che è strettamente connessa anche con l’investment banking di Individual Solutions. Questo posizionamento unico nell’industria, ci permette di lavorare a stretto contatto con chi si occupa di derivati e prodotti strutturati e ci dà la flessibilità di decidere se far leva su competenze esterne o se costruire internamente soluzioni con una componente di ottimizzazione su cui abbiamo capability interne di lungo periodo”.
3/6Alla base di tutto, come sempre, il processo di selezione “strutturato e pensato per essere replicabile nel tempo e su diverse asset class. La base di partenza è sempre lo screening quantitativo, per poi passare a un’analisi qualitativa molto approfondita”, spiega ancora Calì. La selezione quantitativa parte dal database Morningstar, organizzato per peer group, su cui il team applica uno score proprietario che combina performance e rischio. “Questo punteggio interno ci permette di classificare tutte le strategie disponibili sul mercato e individuare quelle che meritano di entrare nel radar”. Un punto fermo è la dimensione minima dei prodotti: “Per noi è fondamentale che il fondo abbia una size adeguata, indicativamente sopra i 100-150 milioni, perché siamo un team paneuropeo: quando inseriamo un fondo a catalogo, può essere utilizzato in 12 Paesi. Non possiamo correre un rischio di concentrazione eccessivo su veicoli troppo piccoli”. Da lì inizia l’analisi qualitativa: “Team di gestione, track record, dimensione del fondo, robustezza del processo”.
Ma il pilastro del sistema è la collegialità della selezione. Se infatti la due diligence è affidata ad almeno due analisti con la divisione per classi di attività, prima dell’approvazione è tutto il team a studiare la strategia: “Ognuno può fare domande, sollevare dubbi, chiedere approfondimenti. Un fondo entra in catalogo solo se c’è un accordo condiviso”, asserisce l’esperta. E questo vale sia per la selezione di strategie tradizionali, sia di prodotti e fondi ESG o sui private market indipendentemente dal segmento o dall’utilizzatore finale della strategia.
4/6L’inserimento di un prodotto all’interno del catalogo ESG va “oltre la classificazione SFDR” (che è in fase di revisione anche in sede comunitaria) e si basa su una “due diligence ESG strutturata, con un questionario approfondito che guarda sia all’asset manager sia alle caratteristiche del singolo fondo”. Da questo processo scaturisce uno score quantitativo proprietario, che vede la combinazione di elementi di valutazione della società di gestione con aspetti specifici del prodotto: “Allineamento alla tassonomia, coerenza con SFDR, integrazione ESG nel processo di investimento. Solo se il fondo supera la nostra due diligence entra nel sottoinsieme del catalogo ESG di UniCredit”.
Il monitoraggio è continuo: mensile sul profilo rischio/rendimento e trimestrale sulla componente ESG. “In caso di sottoperformance significativa rispetto al peer group per 18 mesi, il fondo viene escluso. Prima lo mettiamo ‘on watch’, parliamo con il gestore, analizziamo in dettaglio la performance attribution. Se dopo 18 mesi non si recupera il gap di performance, il prodotto viene escluso dal catalogo. Lo stesso avviene se c’è un cambio del gestore principale e non c’è un chiaro piano di successione o se non è più in linea con i criteri ESG obbligatori del Gruppo”.
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Un interesse crescente sia per Unicredit, sia per tutta l’industria del risparmio gestito, è quello che riscuotono i private market, che richiedono, come rimarca Calì, “competenze differenti rispetto ai mercati tradizionali sia nella selezione sia nella gestione”. La società arriva da una lunga storia nell’economia reale, soprattutto nel real estate: “Dei 200 miliardi di AuM del gruppo circa 10 miliardi sono in asset illiquidi”, ricorda l’esperta. Tuttavia, negli ultimi due anni il gruppo ha cambiato approccio, “non più solo operazioni spot per la clientela wealth, bensì un’offerta più ampia e strutturata di prodotti evergreen e semiliquidi”. Da qui la ricerca di partnership con grandi player globali. “Abbiamo siglato accordi di distribuzione con operatori come Blackstone, Apollo e Blackrock e siamo stati tra i primi in Italia a distribuire gli gli Eltif 2.0”. A detta di Calì, “la possibilità di avere a disposizione veicoli evergreen in formato ELTIF 2.0 è stato un ‘game changer’, che ci ha consentito di rendere accessibile l’asset class a una platea molto più ampia, con ticket di investimento più bassi”.
Sui private market, la preferenza va su gestori grandi, strutturati, con forte capacità di origination e capacità di investire in team specializzati creando piattaforme per l’accesso ai private market. Le motivazioni sono presto dette: “La dispersione dei rendimenti sui private market è enorme: per accedere alle migliori opportunità servono dimensione, track record e capacità di origination e selezione dei deal. Tendenzialmente non selezioniamo boutique su questa asset class: cerchiamo top tier player, proprio per la combinazione di competenze, esperienza e capacità di generazione di valore. È un mercato con barriere all’ingresso alte, non solo economiche, ma soprattutto in termini di competenze. Ed è proprio lì – conclude Calì – che un processo di selezione rigoroso fa la differenza”.
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