Le condizioni essenziali per il bull market

Quando si tratta di valutare la solidità di un mercato azionario, in ultima analisi due sono i parametri impiegati: la capacità delle aziende quotate di produrre utili, possibilmente crescenti nel tempo; e un livello di tassi di interesse conciliante con la capacità di crescita micro e macro. Tassi di interesse bassi meglio attualizzeranno i flusso reddituali futuri, aumentando il valore dell’azienda; favoriranno un basso servizio del debito per le aziende indebitate, e rappresenteranno una poco convincente alternativa al mercato azionario. D’altro canto, si intuisce perfettamente perché utili per azione crescenti siano direttamente correlati all’andamento dell’Equity: dopotutto, è per questo che gli investitori si contendono quelle frazioni cartacee della proprietà denominate “azioni”.
Empiricamente, fra utili per azione e mercato sussiste idealmente una relazione lineare: se crescono gli EPS, parimenti crescono le quotazioni azionarie. Non a caso, gli utili operativi per azione delle 500 compagnie dell’indice Standard&Poor’s sono pressoché triplicati in meno di sei anni, passando dai 39.60 dollari del 2009 ai 120 dollari attesi alla fine di quest’anno; con lo S&P500 che ha fatto registrare una analoga performance.
La relazione che lega Wall Street ai tassi di interesse è ritenuta invece esponenziale: l’indice risulta più sensibile all’andamento dei rendimenti. In altre parole, un calo dei tassi di interesse del 20% produce sulle quotazioni un impatto maggiore di un aumento in pari misura degli EPS. È per questo che convenzionalmente si esprime l’equazione del mercato come un rapporto avente al numeratore gli EPS, e al denominatore il rendimento dei Treasury.

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