Mercati emergenti alla prova della selezione

Business breakfast mercati emergenti. Foto Enrico Frascati per FundsPeople
Business breakfast mercati emergenti. Foto Enrico Frascati per FundsPeople

Se c’è una parola che ricorre quando si parla di mercati emergenti è selettività. La sigla EM continua a essere utile per semplificare, ma dentro lo stesso perimetro convivono economie esportatrici di commodity, hub manifatturieri, mercati tech legati ai semiconduttori e Paesi in cui gli indici raccontano solo in parte la struttura reale dell’economia. Anche per questo la costruzione dell’esposizione si è fatta più granulare. In Europa, secondo dati Morningstar, gli ETF ed ETC hanno raccolto circa 93,5 miliardi di euro nei primi due mesi del 2026, segnando uno degli inizi d’anno più forti mai registrati per il settore, con una preferenza marcata per esposizioni globali, mercati emergenti e strategie pensate anche per ridurre la concentrazione sugli Stati Uniti. Ma la crescita del passivo non ha chiuso il dibattito, anzi. Proprio nei mercati emergenti, dove dispersione tra Paesi, settori e titoli resta elevata, il confronto tra ETF e gestione attiva si è fatto più concreto: dove basta il beta e dove invece serve il lavoro di selezione? È la domanda che attraversa il secondo blocco della tavola rotonda di FundsPeople sugli Emergenti, tra scelte di portafoglio, controllo del rischio e ricerca di alfa.

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