Misurare l’impatto, l’equilibrio tra diversi strumenti e stili

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Patricia Serna (Unsplash)

Tutti gli investimenti hanno un impatto. E non è solo questione di rendimento del paniere di titoli in portafoglio. Le scelte delle società in cui si decide di investire hanno un inevitabile e concreto impatto sulla società, l’ambiente e l’economia a livello globale. Con l'aumento del numero, dell'entità e dell'urgenza dei problemi ambientali, sociali e di governance nel mondo, cresce anche la spinta per trovare il modo di far coesistere rischio, rendimento e mondo reale. L'impact investing affronta in qualche modo questa sfida di coesistenza, concentrandosi sulle interconnessioni tra gli investimenti e l'effetto che hanno sulla vita delle persone e sull'ambiente. 

Nel suo report più recente il Global Impact Investing Network stima che vi siano oltre 715 miliardi di dollari in investimenti a impatto, facenti riferimento a oltre 1.720 società (dati 2019). L’International Finance Corporation, invece, nell’ultima edizione del report ‘Investing for Impact: The Global Impact Investing Market 2020’, indica un totale di 2.281 miliardi di dollari investiti a impatto (dati 2020), corrispondenti a circa il 2% degli asset gestiti a livello globale. Dati che mostrano un interesse crescente per questa tipologia di investimento. Del resto, l’investitore ‘impact’ compone il suo portafoglio ponendosi precise aspettative non solo sul rendimento, ma anche sulle ricadute sociali e ambientali che vuole generare. Perché si parli di impact investing a pieno titolo, deve misurare e rendicontare quest’impatto in modo puntuale e trasparente. 

Obiettivo trasparenza della rendicontazione

La misurazione dell'impatto è uno degli elementi caratterizzanti l'impact investing, ma anche il più sfidante. Quale modello di valutazione può essere oggi più efficace e come questo viene riportato alla clientela? Il campo dell'impact investing “sta attirando un interesse crescente da parte degli investitori, creando un numero maggiore di organizzazioni di impact investing e alimentando un afflusso di capitali al settore”, evidenzia a proposito Frank Di Crocco, Head of Banks and Wealth Management di Invesco, ricordando che “definire e misurare adeguatamente l'impatto è molto impegnativo.

Frank Di Crocco Invesco ok
Frank Di Crocco, Invesco

Crediamo profondamente nella necessità di trasparenza e di tenere uno specchio sul nostro impegno aziendale interno per gli investimenti ESG, nonché sul nostro impegno aziendale per la responsabilità sociale”. Quanto all’impact investing, Di Crocco spiega: “Siamo dell’idea che metodi di misurazione dell'impatto informali, incoerenti e deboli possano essere un vero e proprio limite alla crescita del settore dell'impact investing e alle sue prospettive di creare un reale cambiamento sociale. L’impact investing ha un enorme potenziale nell'affrontare alcune delle sfide più pressanti del nostro mondo; tuttavia, siamo convinti che il termine ‘impact investing’ corra il rischio di essere diluito e usato come strumento di marketing se non viene stabilito nel settore un certo livello di rigore nella misurazione dell'impatto”. 

Misurare l’impatto, una questione di dati 

Sempre più spesso a tale scopo si fa riferimento ai 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) fissati dalle Nazioni Unite con l’Agenda 2030. Si tratta di uno schema efficace per quantificare i risultati raggiunti e comunicarli al cliente. “Se fai impact investing è fondamentale essere in grado di misurare l'impatto, sia in termini qualitativi che quantitativi”, commenta Angelo Natale, director Distribution Italy di Federated Hermes.  “Per la nostra strategia di impatto azionario globale su mercati quotati, nel 2020 abbiamo dedicato una buona parte dell'anno cercando di sviluppare un nostro database proprietario. Avevamo provato a selezionare diversi providers già presenti sul mercato, ma molte società non erano in grado di fornirti informazioni granulari.

Angelo Natale Federated Hermes
Angelo Natale, Federated Hermes

Abbiamo quindi deciso di costruire un database in-house, utilizzando sia metodologie di ricerca tradizionali che nuove tecniche di impact. Con l'aiuto di un consulente esterno abbiamo costruito un database che si concentra su 20 metriche di impatto, raggruppate in 11 tematiche che possono essere utilizzate per catturare gli impatti delle società in cui investiamo. Gli elementi variano in base alle società e al settore di riferimento”, sottolinea Natale. “Con questi dati riusciamo a misurare l’impatto per tutte le società in cui investiamo, e anche quelle che abbiamo sotto monitoraggio per possibili investimenti, e a riportare tutto ai nostri investitori finali”, aggiunge.

Mostrare l’impatto concreto degli investimenti

Sull’Agenda Onu 2030 torna  Matthieu David, Head of Italian Branch di CANDRIAM, che spiega: “Fornisce un ottimo parametro per misurare l'impatto raggiunto. Possiamo considerare di investire in una società qualora abbia dichiarato una mission allineata con uno, due, tre o più SDGs dell'agenda ONU. Investendo in quella azienda, quindi, sapremo che a prescindere dal capitale investito si raggiunge l'impatto intenzionalmente comunicato dall'azienda stessa. per quanto riguarda riportare questi investimenti alla clientela, invece, abbiamo seguito e seguiamo una strada di trasparenza e genuinità, semplicità.

Matthieu David CANDRIAM
Matthieu David, CANDRIAM

È importante che all’interno della mole di dati che vengono processati per produrre la reportistica extra finanziaria ci sia un messaggio chiaro”. Ripercorrendo un possibile percorso di investimento, David aggiunge: “Quindi abbiamo utilizzato l'esposizione ai titoli e agli SDGs, abbiamo seguito altri indicatori come il water footprint, le emissioni di Co2, il numero di amministratori indipendenti nei consigli, vedendo quale beneficio il fondo dà rispetto al suo benchmark. Le modalità di comunicazione sono importanti per far comprendere e riconciliare soprattutto le intenzioni iniziali dell'investitore con il risultato ottenuto. Candriam ha poi deciso di riservare una parte delle sue commissioni nette al finanziamento di alcuni progetti di inclusione sociale e di ricerca in campo scientifico. Anche su queste attività informiamo i nostri investitori affinché vedano concretamente l’impatto positivo dei loro investimenti”.

Sull’impatto pesa ancora indeterminatezza

Nonostante le migliori intenzioni dichiarate dagli asset manager, il pericolo di una sostenibilità di facciata è sempre dietro l’angolo. “Un piccolo trucco che gli investitori potrebbero usare per capire quando c'è un rischio di greenwashing ed è l'engagement: a mio avviso se una società dice fare engagement e il numero di persone che ci lavora è inferiore a due, potrebbe scattare un campanello d'allarme, perché si tratta di un’attività molto time consuming”, suggerisce Antonio Forte, international sales director Italy di Liontrust

Antonio Forte Liontrust
Antonio Forte, Liontrust

“L'impatto è una delle aree in cui ci sarà più evoluzione negli anni a venire, è ancora indeterminato. È esattamente in quest'area di indeterminatezza che noi asset manager ci muoviamo per poter definire un impatto, e cioè per poter essere il più vicino possibile alla verità e non correre il rischio di muoverci in un'area in cui la relazione di causa-effetto è molto lontana”, continua il manager, spiegando che “per definire l'impatto noi di Liontrust calcoliamo la percentuale di esposizione del fatturato delle aziende in portafoglio agli SDGs. Venti anni fa quando si incontravano i top manager delle aziende, le domande relative all'impatto sull'ambiente o sulle persone le risposte prendevano gli ultimi tre minuti dell'incontro nel migliore dei casi. Venti anni dopo il contesto si è ribaltato: ora tutte le aziende quotate riportano dati sulla parte ESG e sulla corporate responsibility, per cui c'è un sacco di innovazione. Credo che siamo sulla strada giusta”. 

Marcello Matranga
Marcello Matranga, Robeco

"Noi abbiamo ideato e sviluppato un modello proprietario che si chiama SDG framework, con tre passaggi", esordisce Marcello Matranga, country head di Robeco Italia. "Nel primo valutiamo per ciascuna azienda cosa viene prodotto e che servizio viene erogato, capendo quanto possa contribuire positivamente agli obiettivi delle Nazioni Unite. Viene effettuata un’analisi della modalità attraverso cui vengono sviluppati i diversi prodotti o erogati i servizi", aggiunge Matranga. "In un secondo momento, attraverso l'analisi di queste pratiche viene corretto lo scoring precedente. Il terzo punto si fonda su un'analisi più di contesto, relativa alle eventuali controversie a cui le aziende si sono esposte nel corso del tempo. Alcune sono fisiologiche al business di appartenenza, altre sono più di carattere discrezionale, altre meno. Questo processo ci permette di identificare l’impatto in maniera molto puntuale e pratica e di comunicarlo all'investitore ultimo laddove voglia avere contezza di quello che è stato l'impatto effettivamente procurato. L’investitore può così valutare settore per settore, azienda per azienda, qual è stato il livello di contribuzione assoluta e in aggregato rispetto al benchmark di riferimento", conclude il manager.

Un difficile equilibrio tra strumenti e contesto 

“Tutti gli investimenti hanno un impatto e tale impatto può essere definito in termini finanziari o non-finanziari (o ESG), positivi o negativi. Ci avvaliamo di diverse modalità per dare conto delle caratteristiche ESG dei nostri portafogli, come i rating o punteggi ESG, l’impronta di carbonio, l’allineamento ai Sustainable Development Goals (SGD) dell’ONU, l’engagement e il proxy voting”, afferma Tommaso De Giuseppe, partner, head of Sales Italy di BlueBay AM. Secondo l’esperto “misurare l’impatto può essere sfidante e più o meno difficoltoso a seconda dei contesti e dipende dall’obiettivo e dalle lenti che si utilizzano. Ad esempio, sui mercati privati potrebbe essere più facile notare la differenza tra ciò che è stato possibile e ciò che non lo sarebbe potuto essere se il finanziamento non fosse avvenuto, in quanto il numero di investitori è limitato. Detto questo, i mercati pubblici, grazie alla loro mole in termini di AuM rispetto a quelli privati, hanno più margine per avere un impatto”. De Giuseppe sottolinea inoltre come “alcuni investimenti potrebbero avere impatti più o meno sproporzionati su questioni ambientali rispetto a questioni sociali. A seconda che la priorità dell’investitore sia la E o la S o viceversa, l’investimento potrebbe essere idoneo o meno. Ad esempio, l’energia nucleare dal punto di vista ambientale è positiva, ma se ci si concentra sui rifiuti e sulla salute e sicurezza, allora non lo è più. Alla luce di quanto detto, è cruciale che gli investitori siano trasparenti e chiari su quale impatto intendano avere (e quali impatti hanno avuto), su come intendano farlo e sul perché vogliano farlo”.