Cambiamento climatico, il pericolo di ignorare la Cina

Marcus Weyerer. Immagine ceduta (Franklin Templeton)

Contributo a cura di Marcus Weyerer, senior ETF investment strategist, Franklin Templeton ETFs EMEA

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A metà marzo l’IPCC, composto da eminenti scienziati1, ha pubblicato quello che alcuni osservatori hanno definito l’“ultimo avvertimento sulla crisi climatica: agire ora o sarà troppo tardi”2. Il titolo ufficiale del documento, il Rapporto di sintesi del Sesto rapporto di valutazione dell’IPCC (Ar6), è ovviamente meno allarmistico, ma nella sostanza giunge alla stessa catastrofica conclusione. “I rischi climatici e non climatici interagiranno sempre più tra loro, creando rischi composti e a cascata che sono più complessi e difficili da gestire (...)”3, scrivono gli scienziati. Proseguono con la rassicurazione più ottimistica, anche se urgente, che è ancora possibile limitare il riscaldamento globale a 1,5°C. Tuttavia, per raggiungere questo obiettivo la comunità mondiale dovrà conseguire “riduzioni rapide e profonde delle emissioni lorde di Co2 e riduzioni significative delle emissioni degli altri gas serra”, nonché emissioni negative più avanti nel tempo per controbilanciare le emissioni residue di gas serra difficili da abbattere in alcuni settori3. Inoltre, il rapporto indica esplicitamente il settore finanziario come uno dei protagonisti della battaglia volta a tenere sotto controllo il riscaldamento globale.

Oggi gli investitori tengono sempre più in considerazione i rischi e le opportunità di tipo climatico (oltre ai parametri finanziari più tradizionali) derivanti dalle loro posizioni. Questa crescente attenzione ci sembra però sbilanciata a livello geografico: i riflettori sono puntati soprattutto su Europa e Stati Uniti, mentre i mercati emergenti, e in particolare la Cina, appaiono più trascurati.

Questa sproporzione risulta ancora più evidente se si pensa al ruolo di primo piano che svolge oggi la Cina nell’economia globale, alla sua importanza politica sulla scena mondiale e al fatto che ormai emette i volumi più elevati di gas a effetto serra. Allo stesso tempo, il Paese effettua anche gli investimenti di gran lunga maggiori nella transizione all’economia verde e controlla vasti segmenti delle filiere produttive delle principali tecnologie del futuro. Forse più che nella maggior parte delle altre regioni, in Cina i rischi e le opportunità derivanti dal clima rappresentano davvero due facce della stessa medaglia. E nel nostro ruolo di investitori dobbiamo necessariamente tenere conto di entrambi questi aspetti.

Emissioni cumulate su base storica ed emissioni attuali

Per comprendere appieno il potenziale ruolo della Cina nel dibattito sul clima, dobbiamo separare il presunto dovere morale dall’interesse economico diretto. Infatti, da un punto di vista morale si potrebbe sostenere che siano le nazioni sviluppate a doversi fare carico degli interventi necessari per contrastare in modo efficace il cambiamento climatico. Questa tesi piuttosto diffusa si articola su tre argomenti.

Il primo argomento è che le emissioni cumulate contano più di quelle attuali. Il cambiamento climatico e l’aumento della temperatura globale sono causati dallo stock di gas serra accumulato nell’atmosfera e non dalla quota incrementale che viene aggiunta in un determinato anno. In prospettiva storica, i Paesi industrializzati hanno rilasciato nell’atmosfera volumi di gas serra significativamente maggiori rispetto a quelli generati dai Paesi in via di sviluppo. I soli Stati Uniti sono responsabili di circa il 20% delle emissioni totali emesse su scala globale tra il 1850 e il 2021 e si stima che abbiano dato un contributo di 0,2°C al riscaldamento globale4.

Responsabilità delle emissioni: approccio basato sulla produzione o sul consumo

Il secondo argomento è collegato alla responsabilità ultima delle emissioni. L’approccio basato sul consumo attribuisce la responsabilità delle emissioni generate per fornire determinati prodotti o servizi al Paese in cui questi vengono poi effettivamente consumati, mentre l’approccio più tradizionale si limita a considerare il territorio fisico in cui vengono generate le emissioni. Anche se i Paesi in via di sviluppo sono in netto recupero e stanno per superare quelli industrializzati in termini di emissioni attuali di gas serra, molte delle loro emissioni vengono generate per produrre beni e servizi che sono poi consumati nei mercati sviluppati.

Emissioni totali contro emissioni pro capite

Il terzo argomento è forse il più ovvio. Anche quando le emissioni di Paesi come Cina, India o Indonesia finiranno per eguagliare quelle cumulate prodotte dagli Stati Uniti o dall’Europa, su base pro capite avranno comunque arrecato un danno di gran lunga inferiore al clima mondiale. Infatti, gli Stati Uniti, l’Unione europea e il Regno Unito, che rappresentano meno del 10% della popolazione mondiale, sono complessivamente responsabili di quasi il 50% delle emissioni cumulate totali.

In base a questi tre argomenti si può sostenere la tesi morale piuttosto convincente, e per certi versi anche comoda, che i mercati emergenti non siano tenuti a farsi carico della lotta al cambiamento climatico.

I Paesi in via di sviluppo potrebbero rimetterci di più

Naturalmente, non è così che si può affrontare una sfida simile. Il riscaldamento globale non fa distinzioni tra vittime e responsabili. D’altro canto, si sa bene che i mercati finanziari non si preoccupano più di tanto di questioni morali. La Cina ci sembra avere un enorme interesse economico a impegnarsi contro il cambiamento climatico e non è un caso che negli ultimi anni il governo abbia assunto un ruolo di leadership globale su questo fronte.

In base alle attuali previsioni scientifiche, l’aumento delle temperature e le variazioni nei modelli delle precipitazioni colpiranno maggiormente proprio i Paesi che ne sono meno responsabili, mentre molte economie industrializzate, pur senza rimanere indenni, potrebbero essere decisamente meno colpite5.

Secondo un rapporto Deloitte, se il cambiamento climatico proseguisse senza freni e le temperature registrassero un aumento di 3°C, le perdite subite dall’economia globale nell’arco di 50 anni potrebbero ammontare a 178 mila miliardi di dollari6;7. La scarsità di cibo e acqua e al tempo stesso la perdita incalcolabile di produttività e di potenziali impieghi potrebbero stravolgere i mezzi di sostentamento e la vita stessa delle persone. Ma la distribuzione di questi danni sarebbe altamente diseguale. Nello scenario più negativo, entro il 2070 le Americhe e l’Europa potrebbero registrare una contrazione del PIL rispettivamente del 5,7% e dell’1,5%, mentre la regione Asia-Pacifico, la più popolosa del mondo, potrebbe perdere anche il 10% del PIL. Cifre che sembrano astratte, ma che hanno conseguenze molto concrete. Nella sola India, la sussistenza di ben più di 500 milioni di persone dipende direttamente o indirettamente dalla prevedibilità dei monsoni8. Quasi il 40% del PIL cinese è generato dalle cinque province costiere (su un totale di 23) maggiormente a rischio per l’innalzamento del livello del mare9.

Questi centri dipendono dalla domanda estera e dal commercio internazionale più di alcune regioni interne. Il 65% del commercio cinese passa dal Mar Cinese Meridionale e molti dei porti più importanti lungo la costa del Paese potrebbero subire impatti negativi10. La Cina è particolarmente vulnerabile all’innalzamento del livello del mare a causa della sua bassa elevazione e delle caratteristiche geologiche delle sue coste11. Infatti, si colloca al 13° posto su scala globale per il rischio di inondazioni (lampo, fluviali e costiere) e al 6° posto per quello di cicloni. Presenta anche un’esposizione significativa alla siccità, benché leggermente minore12. Come se non bastasse, molti dei principali partner commerciali della Cina (come Hong Kong, Giappone, Vietnam e Corea del Sud13) sono a loro volta relativamente esposti a rischi climatici fisici molto simili.

Due buone notizie

I risultati dei modelli climatici, soprattutto quelli che elaborano proiezioni future a 30, 40, 50 anni o più, sono ovviamente da prendere come stime indicative. Ma anche su orizzonti temporali molto più brevi, le prospettive potrebbero essere assai cupe. Se il cambiamento climatico dovesse continuare senza freni, già nel 2030 le perdite economiche per la Cina potrebbero ammontare allo 0,5-2,3% del PIL.14 Nonostante i diversi gradi di incertezza insiti in tutti questi modelli, il messaggio sottostante è comunque sempre lo stesso: la mitigazione e l’adattamento ai rischi climatici sono fondamentali per il futuro successo economico a livello sia micro che macro. La redditività aziendale ne risentirà in vari modi e l’economia nel suo complesso si vedrà duramente colpita15. Prima o poi queste dinamiche finiranno per danneggiare anche i mercati finanziari e, in ultima analisi, i rendimenti degli investitori. Con questo non crediamo che il destino di una società possa essere deciso unicamente da quanto sarà preparata ad affrontare i rischi climatici, ma questo fattore avrà senz’altro il suo peso.

Malgrado questo contesto pessimistico e i dati citati finora, ci sono due buone notizie: molti degli scenari più negativi possono essere evitati e la Cina non sta perdendo tempo. Secondo le conclusioni della Banca mondiale, “grazie alle avanzate capacità tecnologiche cinesi, il percorso verso la neutralità carbonica aprirà nuove strade di sviluppo”.14

Infatti, gli investimenti cinesi nelle tecnologie per la transizione climatica di ben oltre 250 miliardi di dollari superano quelli dei sei Paesi successivi messi insieme.16

Questo risultato è almeno in parte il prodotto della volontà politica e finora ha dato i suoi frutti. Nel 2022 la Cina controllava il 77% della capacità globale di produzione di batterie, componente indispensabile per un futuro a zero emissioni di carbonio.17 Nonostante gli interventi messi in campo dai governi di Europa e Stati Uniti (ricordiamo ad esempio l’Inflation Reduction Act), per minacciare un simile predominio non basterebbero vari decenni, tanto meno pochi anni. La Cina è molto avanti anche in altre tecnologie chiave e, secondo le proiezioni dell’Agenzia internazionale dell’energia (AIE), entro il 2025 controllerà il 95% di alcuni segmenti della catena produttiva dei pannelli solari.18 Per contestualizzare questo dato, si prevede che per raggiungere lo zero netto entro il 2050 l’energia solare ed eolica dovrà rappresentare il 70% dell’elettricità generata su scala globale, contro l’attuale quota di appena il 10 per cento.19 Inoltre, la Cina si trova in una posizione invidiabile nell’ambito dei parchi eolici onshore. I conti sono presto fatti: tra meno di 30 anni, un solo Paese controllerà in qualche misura almeno metà della produzione mondiale di elettricità.

I Paesi sviluppati stanno cercando di colmare il divario con la Cina e ridurre la loro dipendenza, ma c’è un problema. Le aziende cinesi dominano anche le filiere di numerose materie prime utilizzate per la produzione di veicoli elettrici, turbine eoliche e altri componenti, come ad esempio il litio. Secondo le previsioni dell’Unione europea, nel 2050 la domanda di litio supererà di 57 volte i livelli attuali20 e la Cina è uno dei principali produttori di questo metallo. Il Portogallo è l’unico Paese europeo che svolge un’attività non trascurabile in questo settore, ma con una produzione pari al 10% di quella cinese e riserve del 6%, non può di certo sostituire la Cina21.

Fonti:     * S&P Global, Benchmark Mineral Intelligence, 2022
              ** Previsione per il 2025, AIE, 2022
              *** USGS, 2022
              **** Visual Capitalist, 2023
              ***** Counterpoint Research, 2023

Nel mercato del litio, l’Occidente può contare anche su altri importanti produttori: l’Australia è di gran lunga il maggior fornitore, seguita dal Cile. Non è così per la grafite, l’altro materiale essenziale per la produzione di batterie e utilizzato per gli anodi. La Cina controlla circa l’80% della produzione totale di grafite naturale e fornisce fino al 100% della grafite sferica per le batterie.22;23

Un’opportunità di cooperazione globale

Il predominio della Cina ha anche una componente geopolitica. Sulla scia dell’invasione dell’Ucraina ordinata da Vladimir Putin, l’Europa ha vietato l’importazione di petrolio e gas di provenienza russa. A breve termine altri fornitori, come il Qatar, hanno soddisfatto parte della domanda europea, ma a medio termine questa situazione imprime una forte accelerazione alla spinta verso lo zero netto. La Cina si trova così in una posizione di forza, come dimostra la proposta delle autorità cinesi di limitare le esportazioni di tecnologie per la produzione di pannelli solari. Non c’è dubbio: per raggiungere gli obiettivi climatici dell’accordo di Parigi, il mondo intero dipende dalla Cina. Nel contempo, è nell’interesse economico del Paese scongiurare le conseguenze più gravi di un continuo aumento della temperatura. Allo stesso modo, questo risultato non potrà essere raggiunto se anche i Paesi occidentali non compiranno rapidi progressi verso gli obiettivi di decarbonizzazione. Dipendenza reciproca alla massima potenza. Siamo quindi convinti che la cooperazione sul fronte del cambiamento climatico sia non solo possibile, ma anche necessaria, nell’interesse di tutti. Al di là della sfera politica, le aziende private si stanno già muovendo rapidamente. Ad esempio, un importante produttore cinese di moduli solari ha recentemente annunciato che intende investire nella costruzione di una fabbrica di pannelli a Phoenix, in Arizona. L’impianto dovrebbe “produrre componenti fotovoltaici ad alte prestazioni” e creare più di 600 posti di lavoro a livello locale24.

La forza del mercato

Per raggiungere gli obiettivi climatici (in particolare quello di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C, come stabilito dall’accordo di Parigi del 2015) è necessario uno sforzo collettivo e concertato. I rischi climatici riguardano tutti e nessuno può chiamarsi fuori. Governi, aziende, cittadini: siamo tutti direttamente coinvolti. Una responsabilità particolare ricade sul settore finanziario, in quanto depositario e intermediario degli ingenti capitali necessari per promuovere la transizione. Ma, come abbiamo già detto, non si tratta solo di un obbligo morale, bensì anche di un interesse economico diretto.

Ci saranno vincitori e perdenti. La grande forza dei mercati dei capitali è che riescono meglio di qualsiasi governo a premiare i primi della classe e a fare pressione sugli ultimi. Sul fronte del cambiamento climatico, in Cina gli interessi pubblici e privati sembrano perfettamente allineati. Le autorità cinesi sono pronte ad affrontare i relativi rischi e, cosa altrettanto importante, a cogliere le vaste opportunità che ne derivano. Alcuni vantaggi competitivi che vanta il Paese sono destinati a durare anni, se non decenni. In breve, non si possono fare i conti senza la Cina.

Per gli investitori, ciò significa individuare fornitori di soluzioni in grado di guidare la transizione e, si spera, trainare i rendimenti del portafoglio. Significa anche non dimenticare il restante 90% o 95% di posizioni diversificate che, pur non essendo costituite da fornitori di soluzioni, possono comunque fare la loro parte. È importante sapere quali sono i rischi corsi da queste aziende, le loro vulnerabilità, i benefici che potrebbero sfruttare e il modo in cui gestiscono la loro attività nel percorso accelerato verso lo zero netto.

Le analisi del rischio climatico hanno fatto molta strada dai loro inizi e oggi ci offrono modelli più precisi, una granularità notevolmente maggiore, una migliore qualità dei dati e del reporting e una regolamentazione più stringente. I benchmark climatici, come gli indici di riferimento UE di transizione climatica e quelli allineati con l’accordo di Parigi, indicano la strada ed è possibile investirvi tramite veicoli attivi e passivi. I mercati dei capitali si stanno abituando sempre più ad attribuire un prezzo a rischi che la finanza tradizionale tendeva a ignorare. Nel nostro ruolo di investitori possiamo e dobbiamo sfruttare questi sviluppi in diversi modi, decarbonizzando e preparando i nostri portafogli al futuro per renderli più resilienti e pronti a cogliere eventuali opportunità e, allo stesso tempo, promuovendo la transizione climatica.

Per saperne di più


Fonti e note

1 Fonte: Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC).

2 Fonte: The Guardian, “Scientists deliver ‘final warning’ on climate crisis: act now or it’s too late”, 20 marzo 2023.

3 Fonte: “Rapporto di sintesi del Sesto rapporto di valutazione dell’IPCC (Ar6)”, 2023.

4 Fonte: Carbon Brief, “Analysis: Which countries are historically responsible for climate change?”, 5 ottobre 2021.

5 Fonte: World Economic Forum, gennaio 2023.

6 Fonte: Deloitte Center for Sustainable Progress, 2022.

7 A titolo di riferimento, nel 2021 il PIL globale è stato di circa 96 mila miliardi di dollari (Banca mondiale, 2022).

8 Fonte: The Economic Times, “Poor monsoon could spell disaster for India’s agriculture-based economy, say experts”, 19 giugno 2022.

9 Fonte: SCMP, 2021.

10 Fonte: Association of Accredited Public Policy Advocates to the European Union, 2021.

11 Fonte: “The potential impact of rising sea levels on China’s coastal cultural heritage: a GIS risk assessment”, Cambridge University Press, 2022.

12 Fonte: Banca mondiale, Climate Change Knowledge Portal, 2021.

13 Questi quattro Paesi rappresentano oltre il 25% delle esportazioni cinesi, World Integrated Trade Solution, 2020.

14 Fonte: Banca mondiale, 2022.

15 Fonte: Imperial College London, Grantham Institute.

16 Fonte: CTVC, BNEF, 2022.

17 Fonte: Visual Capitalist, 2023.

18 In aumento dall’80% nel 2022. Fonte: AIE, 2022.

19 Fonte: AIE, “Net Zero by 2050 – A Roadmap for the Global Energy Sector”, maggio 2021.

20 Fonte: Politico, “China leaves EU playing catchup in race for raw materials”, 10 marzo 2023.

21 Fonte: Volkswagen AG, Franklin Templeton, 2023.

22 Fonte: USGS, 2022.

23 Fonte: S&P Global, Benchmark Mineral Intelligence, 2022.

24 Fonte: Arizona Commerce Authority