Cina, non chiamatelo più mercato emergente

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Russell William, immagine ceduta

Contributo a cura di William Russell, global head of Product Specialists Equity di Allianz Global Investors. Contenuto sponsorizzato.

Il 2020 è stato l’anno che ha fatto da spartiacque per la Cina. Durante il primo trimestre, il Dragone Rosso è stato colpito duramente dalla pandemia e la crescita economica ha sofferto molto. Ma mentre la maggior parte dei Paesi occidentali, compresi gli Stati Uniti e l’Unione Europea, stanno ancora lottando contro la crisi da Coronavirus, la Cina e altri Paesi asiatici sembrano essere in una posizione migliore. La Cina ha messo in atto un’importante strategia a lungo termine che la porterà a perdere la sua connotazione di mercato emergente.

Il segreto del successo

Ci sono diversi fattori che guidano il successo della Cina e tra questi spiccano alcune condizioni strutturali, tra cui tendenze demografiche positive, comportamenti di consumo solidi e redditi in aumento (ad esempio il maggior potere di spesa dei Millennials). Contribuisce al successo anche il fatto che Pechino si sta concentrando su questioni economiche con enorme potenziale di crescita, come la promozione intensiva della robotica o l’incremento dell’offerta di energia rinnovabile. Inoltre, la Cina persegue l’obiettivo di posizionarsi come leader mondiale nell’high-tech e il governo sta investendo in modo massiccio in infrastrutture per il 5G, digitalizzazione, semiconduttori e intelligenza artificiale.

Sono queste le fondamenta del futuro modello di crescita del Paese, che porteranno la Cina a perdere l’accezione di mercato emergente ed ergersi a potenza mondiale.

La politica economica e i progetti di investimento continueranno ad essere pesantemente influenzati dal governo. Ma è interessante notare che lo scorso anno la politica economica della Cina è stata molto più convenzionale di quella di molti Paesi occidentali. Pechino non commetterà lo stesso errore del 2009, quando all’indomani della crisi finanziaria globale aveva lanciato un enorme programma fiscale che aveva portato ad un forte aumento dell’indebitamento. Quindi, guardando al futuro, è molto probabile che man mano che l’economia cinese prenderà slancio, il governo sarà prudente nella riduzione delle misure di sostegno e della spesa per investimenti, al fine di evitare ulteriori incrementi dei livelli di debito.

Le opportunità di investimento dalla Cina

In Cina l’interesse per la sostenibilità sta crescendo velocemente. Il Paese ha recentemente annunciato l’impegno a diventare carbon-neutral entro il 2060. Anche se sembra un obiettivo molto lontano, già oggi si respira una forte pressione su molte aziende affinchè accelerino i piani di riduzione della propria carbon footprint e si stanno moltiplicando gli investimenti in fonti di energia rinnovabile, veicoli elettrici, tecnologia a idrogeno e altre “tecnologie pulite”. La Cina, che già vantava il più grande mercato per i veicoli elettrici a livello globale, è diventata anche leader nelle installazioni di impianti fotovoltaici. Il Paese sta facendo notevoli passi avanti anche in aree come la corporate governance e il reporting. Molte aziende hanno adottato programmi di stock option per i dipendenti, favorendo un maggior allineamento rispetto agli interessi degli azionisti. Naturalmente c’è ancora molta strada da fare e soprattutto occorre una maggiore trasparenza per gli investitori. Ma la direzione intrapresa è incoraggiante.

Il modo più diretto per investire in Cina è attraverso i mercati azionari cinesi. Negli ultimi 20 anni (fino al 31 dicembre 2020), l’indice MSCI China Index ha reso il 521% rispetto al 98% dell’MSCI Europe. Tuttavia, la maggior parte degli investitori internazionali continua a sottopesare le azioni cinesi, e soprattutto i mercati azionari della Cina Continentale. Un motivo è che la Cina è stata, e continua ad essere, sottorappresentata in molti indici globali, considerando le dimensioni e la scala della sua economia e dei suoi mercati finanziari. Di conseguenza, gli investitori che si basano esclusivamente sui benchmark investono troppo poco in questa potenza mondiale in termini relativi. Per esempio, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, la Cina ha rappresentato più del 16% del PIL globale nel 2019, superando il 15,4% dell’UE, eppure attualmente costituisce solo il 5% dell’MSCI All Country World Index (MSCI ACWI), il principale il principale indice dell’azionario globale.

Inoltre, solo di recente, i mercati azionari della Cina Continentale, le cosiddette A-shares, sono diventati facilmente accessibili agli investitori stranieri. Tuttavia, con la continua apertura di questi mercati, il peso della Cina negli indici internazionali dovrebbe aumentare. Realisticamente, per esempio, la quota cinese dell’MSCI ACWI potrebbe raddoppiare, avvicinandosi alla quota dell’Eurozona. Con il passare del tempo, crediamo che gli investitori arriveranno a pensare alla Cina come ad un’asset class a sé stante, al pari degli Stati Uniti o del Giappone. Inoltre, i cittadini cinesi investono di più sui mercati azionari interni, una tendenza destinata a proseguire grazie alla diffusione della cultura del risparmio nel Paese.

Nel breve termine non escludiamo un periodo di consolidamento dell’azionario cinese. Dopo il forte rally dello scorso anno qualche presa di profitto sarebbe del tutto naturale. Inoltre, l’abbondante liquidità presente nel sistema potrebbe diminuire nel quadro delle prudenti misure volte a normalizzare la politica monetaria. Una qualche battuta d’arresto sarebbe salutare e contribuirebbe a porre fondamenta più solide per il futuro. In un’ottica di lungo periodo vi sono ancora buoni motivi per investire in Cina. Si tratta ovviamente di un’asset class relativamente volatile, quindi sarà importante avere un orizzonte di investimento di lungo termine e valutare il livello di tolleranza per eventuali drawdown.

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