Meknes è la più piccola, la più mistica e meno battuta dalle rotte dei turisti, dove si passeggia al mercato senza l’incitamento a comprare, dove con piacere si sale sulla terrazza di un riad per sorseggiare tè alla menta mentre il Muezzin richiama i fedeli alla preghiera, e quando cala la sera ci si sdraia su un letto a baldacchino arricchito da stoffe dai toni caldi, richiamo di quegli harem incontrati solo nei libri. A Fes esplode invece l’anima commerciale, si viene catapultati nel suk più intricato e affascinante di tutto il paese. Stradine contorte, botteghe tematiche, un grido continuo, Belek Belek, perché se un asino vuole passare è sempre meglio non fermarsi a discutere. Missione impossibile non tornare con una carico di spezie, con una tajine e forse anche un tappeto, per continuare a cenare convivialmente seduti per terra, magari alla luce di una lampada intagliata che ci ricorderà i tratti orientaleggianti di queste vie. E’ tempo di riprendere il viaggio, frastornati dalla confusione si va alla ricerca del silenzio, di quel silenzio che solo una natura spesso ostile offre. Il paesaggio muta, rotolando verso sud le strade lasciano lo spazio alla polvere, e la valle di Ziz prepara gli occhi al deserto: qui sembra che la natura conosca solo due tonalità, l’ocra della terra e il verde delle palme. Dal comodo riad si passa a costruzioni in fango e paglia, unica miscela in grado di resistere al sole cocente, secco ma che rompe la soglia dei 50°c.
Marocco, anima mutevole
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