Nella pianificazione patrimoniale delle famiglie imprenditoriali, il rapporto tra family office e gestori sta assumendo una configurazione sempre più sofisticata, guidata da esigenze di trasparenza, replicabilità e coerenza metodologica. La selezione non si limita più alla lettura del track record, ma abbraccia un insieme articolato di criteri che valutano qualità dei processi, solidità dei team, significatività dell’alpha e capacità di adattamento a contesti di mercato in rapido mutamento. L’esperienza degli ultimi anni ha infatti evidenziato come performance appariscenti possano essere fuorvianti se non sorrette da processi robusti, mentre approcci più disciplinati risultano spesso più affidabili nel lungo periodo. In questo quadro, la relazione diretta con i portfolio manager diventa un elemento distintivo: consente di interpretare visione, continuità e capacità evolutiva del gestore, aspetti centrali per investitori che cercano affidabilità operativa e decisionale. L’ascesa di soluzioni passive, semi-passive e prodotti altamente personalizzati riflette inoltre la crescente attenzione all’efficienza dei costi e alla costruzione di portafogli realmente aderenti alle esigenze della famiglia. Nei private market, la due diligence approfondita e l’accesso qualificato restano fattori determinanti. In questo bilanciamento tra rigore istituzionale, trasparenza e personalizzazione che si ridefiniscono oggi le aspettative dei family office verso i gestori. Un tema caldo, su cui si sono confrontati cinque ospiti della prima edizione dell’evento “Il giorno del fund selector”, organizzato a Milano da FundsPeople.
Pianificazione familiare, cosa cercano i family office nei gestori

Nel processo di selezione dei gestori, i family office mostrano aspettative sempre più sofisticate, orientate a un’analisi approfondita e strutturata. Roberto Rizzari, investments specialist, ATAI SCF, evidenzia come, nonostante molti investitori continuino a guardare innanzitutto al track record, la valutazione reale sia decisamente più complessa. Al centro sta l’attività di investimento: la capacità di generare alpha, la coerenza del processo decisionale e il modo in cui le idee si traducono operativamente nei portafogli. Rizzari sottolinea che i family office “prestano crescente attenzione alla costruzione dei portafogli, osservando il livello di diversificazione, la concentrazione e il bilanciamento tra componenti core e più tattiche”. Un altro elemento cruciale è il team. “Esperienza, continuità e attribuibilità delle performance diventano discriminanti decisive, soprattutto in un contesto dove l’alpha richiede competenze verificabili” spiega. Quanto al track record, l’analisi non si limita al risultato complessivo, ma entra nel dettaglio delle performance in diversi contesti di mercato, valutando la capacità del gestore di riconoscere gli errori e correggerli. L’esperto ricorda come l’industria stia evolvendo verso un approccio più scientifico alla selezione, “dove la significatività statistica dell’alpha e indicatori come upside e downside capture ratio assumono un ruolo decisivo nella misurazione della qualità”. Per i family office, la vera differenza la fa la capacità di un gestore di dimostrare coerenza: non soltanto produrre sovraperformance, ma farlo in modo riconoscibile, controllabile e replicabile.
1/4L’esperienza degli ultimi 15 anni ha profondamente ridefinito il rapporto tra family office e gestione attiva. Roberto Romanelli, head of research & portfolio manager, Capitalsuite, osserva come molti gestori che avevano brillato nella crisi del 2007-2008 abbiano progressivamente perso competitività, anche a causa dei costi, portando molti investitori “a diversificare l’esposizione all’attivo e a incrementare l’uso di ETF puri, ETF semiattivi e soluzioni quantitative”. Sull’azionario, la preferenza si sposta verso la gestione passiva, “non per sfiducia nei confronti dell’attivo – afferma – ma per una necessità di stare maggiormente agganciati al mercato nella fase attuale in cui le performance degli indici sono guidate da pochi titoli”. Romanelli evidenzia come, al contrario, nel reddito fisso l’alpha sia spesso più raggiungibile: “La presenza di gestioni con tracking error contenuto e capacità stabile di aggiungere mezzo punto o un punto all’indice risponde alle aspettative di investitori che ricercano continuità e controllo”, chiarisce. In un settore dove la pressione sulla performance è altissima, i family office premiano modelli replicabili e strategie trasparenti. Proprio la trasparenza diventa un valore distintivo. Per il manager, “la possibilità di accedere ai portafogli, comprendere le scelte e ricevere spiegazioni rapide in caso di underperformance è un criterio essenziale per instaurare fiducia”. L’accesso diretto ai gestori resta un requisito fondamentale, anche quando le grandi case rendono questo processo più complesso. Per i family office, la qualità non è più definita solo dal risultato, ma dalla solidità dei processi che lo generano.
2/4Orazio Di Miscia, chief investment officer, Larry, evidenzia come il track record resti un indicatore utile, ma non sufficiente: “Ciò che conta davvero è la capacità del gestore di evolvere”. Per i family office di nuova generazione, la selezione dei gestori richiede un approccio sempre più dinamico e orientato al futuro. “Un processo invariato da 15 anni è un segnale di allarme più che una garanzia, perché denota scarsa adattabilità a contesti di mercato profondamente cambiati” osserva. Secondo Di Miscia, la priorità è comprendere come un gestore reagisce alle fasi di difficoltà: quali modifiche introduce, quali nuove competenze integra e come riformula il proprio processo. “La relazione con il decision maker è centrale, ma deve essere bilanciata da un solido sistema di risk management, necessario a mitigare i rischi di strategie troppo personalistiche”, dice. In quest’ottica, il dialogo diretto con i portfolio manager è un elemento irrinunciabile: “La conversazione approfondita permette di interpretare la visione, la coerenza e il posizionamento del gestore” nota. Il suo approccio, fortemente forward-looking, adatta la ponderazione dei criteri di selezione allo scenario atteso, evitando di penalizzare chi ha sofferto contesti non favorevoli ma potrebbe performare bene in futuro. Per Di Miscia, la qualità di un gestore emerge dalla capacità di anticipare i cambiamenti e di mantenere una narrazione coerente nel tempo. “La selezione, conclude, non si limita a verificare quanto fatto, ma punta a capire come il valore verrà generato nei prossimi anni”.
3/4“Nel rapporto tra family office e gestori, la dimensione relazionale è spesso più importante della performance stessa”. Manuela Mezzetti, partner, Mezzetti Advisory Group, sottolinea come, per gli investitori imprenditori, “il dialogo diretto con i gestori sia fondamentale per comprendere a fondo le strategie e ridurre i tempi decisionali”. Per un professionista del settore, la distanza tra chi gestisce il capitale e chi lo affida è un ostacolo che può compromettere la qualità dell’intero processo. La priorità è individuare case di gestione solide, con strutture di controllo affidabili e una chiara coerenza strategica. Mezzetti osserva come la volatilità delle view sia un elemento critico: “Quando un gestore cambia posizione troppo rapidamente, l’intero impianto di fiducia si incrina”. Di fronte a mercati sempre più efficienti, il giudizio sui costi si fa più rigoroso. Le soluzioni passive o semi-passive rappresentano leve efficaci, mentre la gestione attiva deve giustificare ogni punto di commissione con reale valore aggiunto. L’esperienza pluridecennale la rende consapevole che esistono ancora gestori capaci di coniugare performance e trasparenza, “ma solo chi porta vero alpha può permettersi strutture di costo elevate” chiarisce. Sul fronte dei private market, Mezzetti riconosce il crescente interesse verso club deal e soluzioni evergreen, particolarmente intuitive per imprenditori abituati a valutare business concreti. Tuttavia, ricorda come sia “indispensabile valutare con attenzione il rischio, la liquidabilità e la qualità dei gestori, perché la domanda crescente può generare aspettative non realistiche”.
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