Negli ultimi dieci anni, il mercato italiano dei fondi d’investimento ha cambiato volto. Attraverso l’era dei tassi zero, una pandemia e una rivoluzione dell’assetto geopolitico globale, l’industria dei fondi è cresciuta da 757 miliardi a più di 1.400 miliardi di euro. Nell’arco di oltre un decennio, il team locale di FundsPeople, attivo in Italia dal 2004, è stato testimone di questi cambiamenti, e oggi ne ritraccia l’evoluzione.
I fondi raddoppiano gli AUM
Gli investimenti in fondi internazionali sono raddoppiati nell’arco del decennio, aumentando dai 511 miliardi di euro di AuM del 2014 a più di mille miliardi a fine 2024. Rappresentano pertanto quasi il 70% del mercato totale, in lieve aumento dal 67% del 2014. Tuttavia, dati EFAMA stimano che circa un terzo di questi asset, vale a dire 360 miliardi di euro, siano in realtà relativi a fondi gestiti da operatori domestici, ma registrati all’estero per ragioni fiscali e amministrative. “Negli ultimi 10 anni, sempre più gestori locali hanno deciso di domiciliare i fondi in Paesi come l’Irlanda e il Lussemburgo, spinti dalla presenza di professionisti esperti, un regime regolatorio stabile e una prospettiva internazionale”, commenta Owen Dwyer, deputy CIO di Fineco AM.
Secondo il direttore investimenti, il boom dei fondi internazionali è dovuto a una combinazione di fattori: “Il primo è dato dalla scelta più ampia di prodotti a disposizione degli investitori. Nell’arco di tempo in esame, l’offerta di fondi esteri si è moltiplicata, sino a contare migliaia di prodotti con un’ampia diversificazione per asset class, costi e obiettivi”, afferma Dwyer. Il secondo fattore di crescita è una diretta conseguenza del primo: “Le commissioni sono diventate più competitive. L’aumento della concorrenza sul mercato internazionale ha spinto al ribasso i costi dei fondi, mentre la regolamentazione ha aumentato la trasparenza dei prodotti UCITS”, spiega il CIO.
Il trend risulta anche dalle evidenze empiriche dello European fund fee study 2025 di Morningstar, che registra negli ultimi 10 anni (2015-2025) un calo del costo medio di 23 punti base per i fondi azionari attivi UCITS (dall’1,4 all’1,17%) e di 17 punti per quelli obbligazionari (dallo 0,85 allo 0,68%). L’Italia, a confronto, si distingue come il mercato dalle commissioni più elevate in assoluto, refrattarie ai cali: i costi si sono ridotti in media soltanto di 6 punti base, scendendo dall’1,48 all’1,42% nel decennio. Anche gli AuM dei fondi domestici (UCITS e alternativi) sono aumentati significativamente nel corso degli ultimi dieci anni, dai 245 miliardi di fine 2014 a 415 miliardi a metà del 2025.
Effetto spiazzamento: le famiglie pesano meno sui fondi domestici
In termini assoluti, gli attivi investiti dalle famiglie nei fondi domestici sono aumentati da 200 a 265 miliardi di euro, guidati anche da dinamiche collegate alla domanda. “Nel decennio preso in esame, i tassi di interesse sono rimasti a lungo prossimi allo zero. Questa situazione ha spinto gli investitori a cercare alternative più redditizie rispetto ai depositi bancari e ai titoli di Stato, privilegiando strumenti gestiti come i fondi comuni di investimento per ottenere rendimenti superiori”, commenta Andrea Ragaini, presidente dell’Associazione italiana private banking (AIPB). “Anche la crescita dei servizi di consulenza finanziaria evoluta ha contribuito a promuovere scelte di investimento più diversificate, come per l’appunto i fondi”, rileva ancora Ragaini.
Assicurazioni, aziende e istituzioni guidano la crescita del mercato dei fondi domestici

Tuttavia, le famiglie hanno perso terreno in termini relativi: nel 2014 detenevano l’81,5% degli AuM investiti in fondi domestici, mentre nel 2025 la percentuale era scesa al 63,8% del totale. Le masse provenienti da investitori istituzionali sono invece aumentate in misura proporzionalmente maggiore, da 45 a 150 miliardi, sospinte principalmente dal contributo delle compagnie assicurative (dall’8,8 al 15,5%, ancora una volta dovuto allo sviluppo del mercato delle polizze unit linked e previdenziali), delle aziende (dall’1,9 al 3,7%) e delle istituzioni pubbliche, finanziarie e monetarie (dal 4,9 totale al 12,3%). “Nel corso di quei dieci anni, la quota di mercato delle bancassicurazioni è cresciuta sensibilmente: una parte significativa del risparmio privato che in passato sarebbe stata investita direttamente in fondi oggi confluisce nelle polizze unit-linked”, commenta Alberto Data, responsabile della divisione di Dublino di Intesa Sanpaolo Assicurazioni. In altre parole, ci sarebbe un effetto sostituzione a vantaggio delle polizze unit linked: contenitori che hanno spiazzato parte degli investimenti diretti in fondi dei privati.
Un ulteriore fattore che ha determinato l’incremento degli asset istituzionali è lo sviluppo del mercato dei fondi di private equity e venture capital, con l’introduzione degli ELTIF semi-liquidi proprio nel 2015. Le istituzioni italiane hanno espressamente individuato i mercati privati come canale per fornire supporto all’economia reale. Il Fondo italiano d’investimento, veicolo della Cassa Depositi e Prestiti per investire in private asset in joint venture con altri investitori istituzionali italiani, ha visto un incremento degli AuM da 1,5 a oltre 4 miliardi di euro nel periodo 2015-2025.
Un nuovo asset mix per i fondi comuni
Analizzando nel dettaglio un segmento più ristretto, ovvero il mercato dei fondi comuni italiani, spicca la significativa inversione di tendenza dei prodotti multi-asset. Tra il 2014 e il 2022 questa categoria di fondi aveva raccolto più masse di tutte le altre, passando dal 27% a più del 40% del totale degli AuM; per poi perdere, nei soli tre anni successivi, buona parte del terreno guadagnato in precedenza, ritornando a poco più del 30 per cento. Nel 2022 l’aumento significativo dei tassi “ha causato sconcerto tra gli investitori retail che venivano da 10 anni di politiche monetarie accomodanti. Il risultato è che molti si sono temporaneamente disaffezionati alle strategie multi-asset, preferendo migrare, dal 2023 a oggi, verso fondi monetari con durata più bassa, e verso prodotti a rendimento garantito”, commenta Francesco Sandrini, CIO di Amundi SGR. Negli anni seguenti, però, la buona performance dei mercati azionari ha in parte contribuito a cambiare il sentiment degli investitori, convincendoli a mantenere o rinforzare l’allocazione verso gli asset rischiosi. Quello cui si assiste oggi, dunque, è un “ricorso a strumenti multi-asset in forma molto differente che in passato. La domanda verso i fondi di investimento è stata surrogata da gestioni individuali ed ETF, tutti strumenti per cui le banche possono rivestire un ruolo molto importante e più diretto”, aggiunge Sandrini.
Evoluzione del mercato dei fondi comuni italiani per categoria e peso per AuM

Parallelamente, con la fine del QE e il ritorno di politiche fiscali più incisive, “nel segmento retail è esploso il fenomeno dei fondi tar get date, mentre nel private banking si è fatto largo gradualmente l’interesse per approcci macro e intersettoriali al mercato obbligazionario globale, innescato dalle ottime performance a tre anni di alcuni fondi flessibili, meno vincolati al benchmark”, rileva Alberto Foà, presidente di AcomeA SGR. A uscire vincitori da questi cambiamenti sono stati i fondi specializzati su singoli settori azionari e obbligazionari, e gli ETF, che continuano a conquistare una quota di mercato sempre più ampia. Anche l’obbligazionario ha seguito il percorso di specializzazione, con fondi attivi e passivi su quasi tutte le sub-asset class, differenziati per area geografica, durata, tipologia di emittente e rating. L’evoluzione del mercato dei fondi ha avuto ricadute anche sulle reti distributive, imponendo “un salto di qualità nei servizi di consulenza, chiamati a interpretare una gamma molto più complessa” oggi che non dieci anni fa, conclude Foà.
Tratto dalla Rivista FundsPeople n. 99










