Si può investire in biodiversità?

Sostenibilità Notizia
Ulrike Langner, Unsplash

“Quando puoi misurare ciò di cui stai parlando, ed esprimerlo in numeri, puoi affermare di saperne qualcosa; se però non puoi misurarlo, se non puoi esprimerlo con numeri, la tua conoscenza sarà povera cosa e insoddisfacente: forse un inizio di conoscenza, ma non abbastanza da far progredire il tuo pensiero fino allo stadio di scienza, qualsiasi possa essere l’argomento”.

Questa citazione di Lord William Thomson Kelvin, matematico, fisico e ingegnere britannico che contribuì nella seconda metà dell’Ottocento allo sviluppo della seconda legge della termodinamica, ben si adatta al mondo degli investimenti puramente quantitativi. Il rigore scientifico e lo spirito di ricerca che esprime diventa innovativo nel momento in cui si rende quantificabile e misurabile un concetto mai indagato prima per mezzo di numeri.

Misurare la biodiversità

L’individuazione di metriche consistenti e condivise è uno dei campi più dibattuti del rapporto tra investimenti e sostenibilità e interessa congiuntamente ricerca accademica, regolatori, operatori dei mercati finanziari e consulenza. “Oggi sul tema del cambiamento climatico sono stati fatti grandissimi passi avanti e, sebbene sempre suscettibili di miglioramento, si è arrivati a definire in maniera sufficientemente condivisa alcuni punti cardine fondamentali. In Ossiam abbiamo deciso di confrontarci con il tema della biodiversità, convinti della centralità che questo riveste per costruire un futuro sostenibile”, spiega Carmine de Franco, head of Research della società.

La biodiversità, infatti, oltre ad avere un rapporto diretto e bidirezionale con il cambiamento climatico, l’una accelera l’altro e viceversa, è connessa in maniera diretta ai 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite ed il modo più semplice per comprendere questo stato di cose è evidenziare lo strettissimo legame con la produzione di cibo. Il settore agri-food è infatti quello da cui proviene il maggior impatto sulla perdita di biodiversità ed insieme quello che ne paga le maggiori conseguenze, mostrando, qualora ce ne fosse ancora bisogno, il significato del termine sostenibilità. Si stima infatti che il 60% della perdita di biodiversità planetaria sia ascrivibile direttamente o indirettamente al settore agri-food. E l’impatto sulle economie é ovviamente elevato: “Un rapporto recente del World Economic Forum stima che il 50% del PIB mondiale sia direttemente dipendente dal buon funzionamento degli ecosistemi naturali, e questo é ancora più marcato in un settore chiave come l’agri-food. È chiaro quindi che la salvaguardia della biodiversità ha anche un aspetto di sostenibilità economica. Il mondo (inclusi noi in quanto consumatori) non puo’ più continuare con il business as usual sul tema della biodiversità.”

“Storicamente”, spiega de Franco, “sono state introdotte varie metriche per la misurazione della biodiversità. Quella che negli ultimi anni ha guadagnato i favori del mondo accademico e delle grandi agenzie internazionali tra cui la Convention for Biological Diversity è la Mean Spicies Abundance (MSA), metrica complessa nella costruzione che si propone di misurare l’impatto sulla biodiversità di un’azione umana, nel nostro caso una società quotata, partendo dal concetto di stato naturale non disturbato”. A questo corrisponde un ambiente naturale intatto a cui è assegnato il punteggio massimo, pari a 1. La scala arriva a 0, a cui corrisponde la completa perdita di biodiversità. Un esempio molto semplice è una porzione di foresta incontaminata (grado 1 di biodiversità) che viene completamente distrutta per costruire un parcheggio (grado 0 di biodiversità).

Com’è costruito il prodotto

Quello messo in campo da Ossiam per arrivare alla costruzione di una strategia di investimento sistematica sul tema è un lavoro di ricerca di oltre un anno e mezzo effettuato in collaborazione con Iceberg Datalab, fintech e data provider ESG che si occupa di calcolo bottom-up dell’impronta di biodiversità delle aziende. “Un lavoro molto specifico su dati granulari delle società quotate nei mercati sviluppati appartenenti al settore agri-food che ha permesso di passare da un universo di investimento di oltre 250 compagnie alla selezione quantitativa di un numero di circa 70 società che costituiscono oggi il portafoglio del Ossiam Food for Biodiversity UCITS ETF”, spiega de Carmine.

Quattro sono i passaggi fondamentali del processo di investimento. Si parte dall’universo delle aziende del settore agricoltura e food dei Paesi sviluppati, in cui sono inclusi non solo i produttori di materie prime ma tutti i comparti della filiera, dalla trasformazione, al confezionamento e trasporto, alla distribuzione per finire zi ristoranti. Viene dunque applicato un filtro ESG specifico per il settore food e successivamente uno sull’intensità carbonie, sinonimo di efficienza energetica e industriale, per selezionare i best in class. Il terzo filtro applica esclusioni settoriali quali il Palm Oil, esclusioni per via delle violazioni dei Ten Principles of UN Global Compact e su basi di controversie gravi, mentre l’ultimo passaggio consiste nella massimizzazione dell’impatto in termini di biodiversità grazie all’applicazione della metrica MSA.

“Il nostro ETF”, sintetizza l’head of Research di Ossiam, “integra molteplici valutazioni di sostenibilità concentrandosi su un settore dell’economia che offre all’investitore la possibilità di avere un impatto positivo diretto e misurabile in termini di lotta alla perdita di biodiversità”. “Oggi”, prosegue, “riscontriamo grande interesse sullo strumento e ci stiamo impegnando in una necessaria opera di education sul tema che riguarda tanto il concetto stesso di biodiversità quanto la centralità di un settore, quello dell’agri-food, che sarà fondamentale dati gli sviluppi demografici dei prossimi decenni e in cui ci saranno vincitori e vinti sia per il cambio di abitudini dei consumatori che per un bisogno sempre maggiore di innovazione, basti pensare ad esempio all’innovazione che oggi interessa il cosidetto plant-based food o ancora la cultured-meat”.