Tomaschù (Riello): “Private equity, il mercato italiano oggi è più maturo”

Andrea Tomaschù, foto concessa (Riello)

Per anni il canale bancario è stato il principale accesso al mercato del credito a breve e lungo termine per le piccole e medie imprese italiane. Un settore che, nel tempo, ha avviato un confronto con fonti di finanziamento alternative. E se è vero che l’entità dei fondi di private equity italiani è ancora lontana dalla “taglia” dei big USA e UK, la maturità del mercato è cambiata. Ne è convinto Andrea Tomaschù, amministratore delegato di Riello Investmenti Partners SGR, che sottolinea come gli investimenti in capitale di rischio siano rivolti “non solo ad asset fisici, ma anche a persone e promozione”. “Oggi il credito bancario è diventato (giustamente) più selettivo – afferma Tomaschù –, e il private capital in generale, equity o debt, di fatto copre un gap mettendo a disposizione capitali che sopportano una quota di rischio maggiore, e quindi possono finanziare anche progetti sulle medie imprese che una banca farebbe molta fatica a finanziare, come crescita, espansione commerciale, internazionalizzazione”. In particolare, secondo l’ad, l’investimento in capitale di rischio, può determinare un effetto importante sul nostro tessuto imprenditoriale: accrescerne la dimensione media. “Le imprese che 20 anni fa avevano un fatturato di 25-30 milioni di euro erano ben posizionate, oggi le stesse imprese sono molto più piccole dei concorrenti più prossimi, in Germania o in Francia, e qualcuno addirittura dell’Est Europa”. Il passaggio avviene con ciò che in gergo si chiama ‘add-on’: “Investiamo in un’impresa con l’intento di acquisirne un’altra o due in modo da accrescerne le dimensioni e razionalizzare la presenza sul mercato o il processo produttivo a monte”. L’obiettivo è fornire all’impresa i requisiti per poter accedere ai mercati esteri. “Internazionalizzarsi è estremamente costoso e le opportunità di accesso devono essere determinate in maniera strutturata e non episodica”.

Il peso del private equity è tornato di recente anche nel discorso di Raffaele Jerusalmi, ad di Borsa Italiana, che ha sottolineato come la creazione di Aim Italia per le aziende più piccole sia stata un successo “bisognerà vedere se questo disegno resterà competitivo con altre formule di finanziamento, come per esempio il private equity e il venture capital”, diventati nel comparto delle Pmi “dei concorrenti che pongono delle sfide importanti, anche perché hanno capitali enormi rispetto a 20 anni fa”. Da noi, tuttavia, si può parlare ancora di fase evolutiva. “Italia su Italia il fenomeno è un po’ meno presente – afferma Tomaschù –, ma è anche vero che i costi della quotazione hanno un forte impatto sulla società”, e le dimensioni ridotte possono estrometterla dal radar di fondi aperti e rating. “Quindi alcune imprese diventano quello che si chiama ‘titolo sottile’ relativamente illiquido e troppo piccolo per essere oggetto di report da parte degli analisti, e tutto questo vanifica lo sforzo della quotazione”.

L’IDENTITÀ DELL’INVESTITORE PRIVATE

Un punto fondamentale nell’investimento private è l’identità dell’investitore. “Si tratta principalmente di istituzionali, per cui casse di previdenza, banche, qualche fondo pensione, family office, e società finanziarie captive di imprenditori”, conferma Tomaschù che si sofferma su un’assenza di peso: quella del mondo assicurativo. “Un settore che, ad esempio, in Francia gioca un ruolo molto importante, da noi non investe nel private capital se non in misura ‘residuale’. Se soltanto l’1% delle riserve assicurative fosse investito in private equity, sarebbe già un importo significativo”. Si tratta di una nota dolente, poiché da uno sguardo a mercati più maturi del nostro “fondi pensione e assicurazioni sono i finanziatori del private equity, in quanto gli unici ad avere stabilità di risorse in tempi dilatati come è tipico dei capitali pazienti”. La criticità, sottolinea l’ad, risiede proprio nel settore assicurativo “sostanzialmente assente”. Un maggiore contributo “aiuterebbe ad avere fondi anche in Italia un po’ di maggiori dimensioni e quindi con una maggiore potenza di fuoco in termini di capacità di investimento”.  

I PIR ALTERNATIVI

Un modo che consente di approcciare l’investimento si è sviluppato in tempi recenti, con i PIR alternativi. “Noi vediamo con grandissimo favore la normativa sui PIR alternativi, e reputiamo corretto che l’investimento sia mediato da fondi che raccolgono le sottoscrizioni e loro stessi selezionano i fondi di private equity”. Sul mercato retail, infatti “occorre una mediazione che consenta di spiegare, illustrare e rendere pienamente consapevole l’investitore della natura dell’investimento che sta per fare”. Certo, afferma Tomaschù, stiamo pur sempre parlando di una quota “non prevalente del risparmio”, che si rivolge a un tipo di investimento “che entra di più nella nostra economia, che finanzia l’impresa accanto in un certo senso. E questo può essere un segnale molto importante per sensibilizzare e indirizzare una quota di risparmio, soprattutto quello previdenziale”.

I FONDI PRIVATE DI RIELLO

Dei fondi principali gestiti da Riello, Impresa Italia 1 Private Debt, lanciato nel 2016 ha oggi chiuso il periodo di investimento, mentre Impresa Italia 2 Private Debt, nato poche settimane fa, ha raccolto 73 milioni, con un target di raccolta 150 milioni e focus sul debito. “Il nostro perimetro è quello delle imprese tra i 20 e i 100 milioni al massimo, ovviamente non quotate”. I settori privilegiati sono quelli che “fanno dell’Italia un posto di eccellenza, per cui nell’alimentare, nell’abbigliamento, arredamento e automazione dove l’Italia è molto avanti, ma anche farmacologia e cosmetica”. Con il terzo fondo di equity, Italia Strategy, partito due anni fa, sono già state fatte tre operazioni, di cui due nel corso della pandemia, “e stiamo per concludere una quarta acquisizione tra luglio e settembre”. “Noi siamo, quello che gli inglesi chiamano ‘buyout fund’, cioè acquisiamo maggioranze perché interveniamo in un momento in cui è l’imprenditore che sceglie progressivamente di uscire dalla propria impresa, perché magari ha esaurito il suo ciclo imprenditoriale o per motivi di età e di assenza di eredi imprenditoriali all’interno della famiglia”. Il ricambio generazionale delle imprese diventa, dunque, un momento centrale per l’investimento.