Cinque anni fa il Sì alla Brexit: esiste ancora un premium per chi investe nel Regno Unito?

UK News
Francisco De Nova, Unsplash

Cinque anni orsono, il 23 giugno del 2016, il mondo intero rimase frastornato dal risultato del del referendum sulla Brexit nel Regno Unito. Contro (quasi) tutte le previsioni vinceva il Sì, decretando l’inizio dello storico processo di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Che il risultato non fosse atteso lo si è notato dal panico delle principali Borse europee all’indomani del voto. In quel venerdì nero Milano ha lasciato sul terreno il 12,5%, Madrid il 12%, il Cac francese l’8%, mentre la sterlina ha perso l’8% del suo valore in 24 ore. Nelle settimane e nei mesi successivi, così tanti investitori liquidarono le loro posizioni sul mercato britannico che anni dopo si è cominciato a parlare di un ‘Brexit Premium’, ossia il differenziale tra il mercato britannico e quello europeo, che vale ancora oggi.

Per esempio, come spiega Jonathan Capelo, consulente patrimoniale di Portocolom AV, prendendo come riferimento il periodo dal 2016, la performance delle azioni europee rispetto a quelle del Regno Unito è stata superiore del 23%. Una cifra che sale al 37% se prendiamo come riferimento il gennaio 2013, quando David Cameron, l’allora primo ministro britannico annunciò l’intenzione di indire il referendum. Per non parlare dell’effetto sulle valute, dato che la sterlina si è svalutata significativamente rispetto all’euro negli ultimi cinque anni. In particolare, la valuta britannica è scesa del 5% contro l’euro. “In altre parole, un investitore straniero investito nel FTSE100 non solo ha sottoperformato l’Eurostoxx50 nel complesso, ma è stato anche penalizzato dal deprezzamento della sterlina”, afferma Capelo.

Dati questi dati, si può parlare ancora oggi di un ‘Brexit Premium’, ma se valga o meno la pena di correre il rischio di giocare questa carta è un’altra questione. “Penso che ci sia ancora un piccolo premio per il Regno Unito. La sterlina e il FTSE sono leggermente sottovalutati e alcuni spread creditizi sono leggermente più ampi dei loro equivalenti UE”, dice Ludovic Colin, portfolio manager di Vontobel AM. Che si chiede: “Questo premio è abbastanza grande da ripagare i rischi a lungo termine? Probabilmente No. C’è ancora un’opportunità a breve termine? Probabilmente Sì”, afferma. Dopo tutto, spiega Sue Noffke, head of UK equities di Schroders, “la valutazione del mercato azionario britannico continua a riflettere lo status di underdog. Il mercato è scambiato con uno sconto del 40% rispetto ai suoi pari globali, ai minimi da 30 anni”.

Al momento, i portafogli dei gestori di fondi confermano che sussiste ancora un certo timore di investire nel Regno Unito, con un margine significativo tra la posizioni sulle azioni britanniche e quelle sulla zona euro. Secondo l’ultimo sondaggio di BoFA Securities solo il 4% dei gestori di fondi sovrappesano le azioni del Regno Unito nei loro portafogli, mentre ben il 41% sovrappesa le azioni della zona euro. Tuttavia, i dati del Regno Unito sono tornati in territorio positivo dopo un lungo periodo di sottopeso, il che potrebbe segnare un cambio di tendenza.

I RISCHI NEL BREVE

Se questa cifra continuerà ad aumentare o meno, dipenderà in parte da come si evolveranno l’economia e le relazioni del Regno Unito con i suoi vicini. “Al momento, la questione che genera più pressione è l’Irlanda del Nord, dove la decisione unilaterale del Regno Unito di estendere i periodi di grazia per i controlli sulle merci che attraversano la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord non è andata troppo bene all’UE, che sostiene che la decisione viola gli accordi commerciali post-Brexit”, afferma Jonathan Allison, Investment Director di Aberdeen Standard Investments.

Questo non è l’unico conflitto a breve termine perché, come spiega Colin, “l’altra evenienza che potrebbe esplodere presto è la possibilità che il Regno Unito si sciolga”. L’esperto fa riferimento alla Scozia e al fatto che l’SNP il partito nazionalista al Governo ha annunciato l’intenzione di tentare la secessione dal Regno Unito non appena l’impatto economico del Covid-19 si attenui.