Costi dei dati finanziari sui benchmark, le proposte di EFAMA e ICSA

Ricardo Gomez Angel. (Unsplash)

Identificare le principali sfide imposte dai costi dei dati finanziari sui benchmark (DBM), e proporre una serie di iniziative per affrontare il problema. È quanto hanno messo in campo la European Fund of Asset Management Associations (EFAMA) e l’International Council of Securities Association (ICSA) con il “Global Memo: Benchmark Data Costs”. Il documento analizza la rapida crescita dell’uso dei benchmark da parte degli asset manager, spinto anche dal successo degli ETF e dal sempre più ampio utilizzo nella costruzione di portafogli e nella misurazione delle performance finanziarie. Un incremento che, a detta di EFAMA e ICSA, porta gli attori del mercato a fronteggiare regolari e, in alcuni casi “massicci” incrementi delle commissioni da parte dei benchmark provider.

“Benchmark e indici finanziari – sottolinea il documento – sono fondamentali per il funzionamento dei mercati, in quanto strumento prezioso che aiuta i partecipanti al mercato a fissare i prezzi, misurare le prestazioni o calcolare gli importi pagabili in base a contratti o strumenti finanziari”. L’uso dei benchmark, insomma, aumenta la trasparenza del mercato ma, “storicamente non era regolamentato”. Questo ha portato in anni recenti (e in particolare dopo la crisi finanziaria del 2008) a un primo intervento della International Organization of Securities Commissions (IOSCO) nel 2013 con la definizione di una serie di linee guida sui benchmark finanziari.

MERCATO FINANZIARIO SEMPRE PIÙ DIGITALE

La ricaduta di una regolamentazione in tal senso, coincide poi con un mercato finanziario globale sempre più digitale. “Dato che la gestione patrimoniale è già un’industria ampiamente digitalizzata, le tecnologie digitali hanno il potenziale per portare una massiccia innovazione nell’industria finanziaria nei prossimi anni”, si legge nel documento. Di conseguenza il settore della gestione patrimoniale sarà “significativamente influenzato” da una migliore disponibilità di dati e algoritmi. “I dati dei benchmark finanziari sono spesso forniti da monopoli e oligopoli naturali come le borse, le agenzie di rating e i grandi fornitori di benchmark o di dati con una posizione dominante sul mercato, che alla fine porta a problemi di concorrenza – commenta Tanguy van de Werve, direttore generale di EFAMA –. Il nostro memo mostra che è il momento che i regolatori prendano misure adeguate per ripristinare la concorrenza e garantire una struttura dei prezzi equa e trasparente da questi provider”. Van de Werve, sottolinea come la call to action del memo sia anche una diretta conseguenza dei recenti commenti dell’Europarlamento nella sua relazione annuale sulla politica di concorrenza per il 2020. Anche Peter Eisenhardt, segretario generale dell’ICSA ha messo l’accento sul “continuo aumento dei costi” dei DBM. “La mancanza di alternative adeguate”, sottolinea Eisenhardt, genera anche un indebolimento degli “incentivi per i fornitori a innovare o migliorare la qualità dei loro prodotti”.

NOVE PROPOSTE DI EFAMA E ICSA

Per questo motivo il documento elenca una serie di proposte per “affrontare la questione dei costi di riferimento” e indica la necessità di:

  • Aumentare la supervisione dei BDM da parte delle autorità nazionali competenti (NCAs), sotto l’ombrello di IOSCO a livello globale.
  • Imporre un meccanismo di licenze basato sui costi.
  • Imporre la trasparenza su costi e prezzi (sempre in capo alle autorità nazionali competenti).
  • Determinare best practice sulle licenze di dati “ad alto impatto”. In sintesi i BDM che possono avere conseguenze negative per i clienti finali e i mercati finanziari dovrebbero essere soggetti a controlli più severi.
  • Definire chiare responsabilità per gli errori di calcolo dell’indice.
  • Mantenere la “disaggregazione” dei dati, ossia dare la possibilità agli utenti di pagare soltanto per i dati a cui sono interessati piuttosto che essere costretti ad acquistare servizi aggiuntivi.
  • Mantenere l’uso dei dati storici.
  • Imporre obblighi di trasparenza.
  • Creare una “public data benchmark utility” facile da usare, con termini e condizioni che permettano la raccolta e l’uso di data benchmark minimi per compensare il rischio di prezzi oligopolistici da parte dei fornitori. Nell’Ue viene già indicato il registro dei benchmark gestito dall’ESMA come punto di partenza per una utility pubblica.

LA RISPOSTA DI ASSOGESTIONI

Immediata la risposta di Assogestioni, che in una nota ha espresso “pieno allineamento e supporto” alle posizioni espresse all’interno del documento. Secondo Deborah Anzaldi, direttrice Investimenti e Mercati dell’associazione, quello di EFAMA e ICSA è un documento “necessario oltre che benvenuto” alla luce del significativo aumento dei costi legati agli utilizzi dei benchmark degli ultimi anni.  Il Memo, aggiunge Anzaldi, “mette in rilievo diverse pratiche di mercato e una complessità crescente delle licenze che hanno determinato un aumento dei costi rilevato anche dalle nostre Associate e da noi rappresentato in sede europea”.