Davis (Vanguard): "Più si è ottimisti sull’AI, meno ha senso essere esposti al tech nel lungo termine"

Joe Davis Vanguard
Joe Davis, immagine concessa (Vanguard)

L’intelligenza artificiale potrebbe avere effetti ben più profondi di quanto finora immaginato. Saremmo solo all’alba di un cambiamento epocale, tra i più significativi della storia dell’umanità, destinato a trasformare l’economia, il lavoro e la società. Un’evoluzione capace di generare forti aumenti di produttività e di rilanciare la crescita, nonostante venti contrari come l’invecchiamento demografico, l’esplosione dei debiti pubblici e le tensioni geopolitiche. Un fenomeno destinato ad avere ricadute rilevanti anche sui mercati finanziari: i vincitori di oggi dell’AI difficilmente saranno gli stessi di domani.

Joe Davis, global chief economist di Vanguard, intervenuto a Milano in occasione di un incontro con la stampa specializzata, ha illustrato la sua view sul contesto macroeconomico attuale, in uno scenario di mercato in rapida trasformazione, dove la rivoluzione guidata dall’intelligenza artificiale è protagonista assoluta. Davis, in Vanguard da 20 anni e con un’esperienza quasi trentennale nel settore finanziario, è anche responsabile della strategia di investimento del gruppo con sede centrale a Valley Forge, in Pennsylvania. È a capo di un team internazionale di oltre 100 professionisti dedicati alla ricerca, all’analisi dei mercati e dell’economia e allo sviluppo di strategie per i portafogli di investimento.

IA e crescita economica

Il primo presupposto di base è che i policymaker e le grandi istituzioni finanziarie, nelle loro proiezioni economiche, stiano sottovalutando l’impatto che l’aumento della produttività legato all’intelligenza artificiale potrebbe avere sulla crescita. “Negli Stati Uniti, le previsioni della Federal Reserve indicano per i prossimi uno, tre e cinque anni una crescita e un’inflazione identiche ai periodi precedenti: 2% di crescita, 2% di inflazione. La BCE presenta numeri diversi, ma lo stesso schema: 1% di crescita, forse 2% di inflazione. In Cina, vale lo stesso principio. Valori differenti, ma nessuna variazione attesa nel contesto economico e di mercato per i prossimi tre-cinque anni”, argomenta. Per quantificare i rischi e i fattori che plasmano lo scenario, il team guidato da Davis ha raccolto un ampio set di dati lungo diverse dimensioni (tecnologia, crescita, debito, demografia, cambiamento climatico e incertezza geopolitica) integrandolo in un modello capace di analizzare in modo sistematico come queste forze incidano sui risultati economici nel medio periodo. Le analisi e le conclusioni sviluppate da Davis sono raccolte anche nel saggio da lui scritto: “Coming into View: How AI and Other Megatrends Will Shape Your Investments”.

“Gli economisti tradizionalmente conducono analisi di questo tipo, ma raramente in un modo che tenga conto dell’evoluzione di queste tendenze nel tempo. Le previsioni di banche centrali, FMI e Banca Mondiale, istituzioni che rispettiamo profondamente, hanno meno del 20% di probabilità di risultare accurate nei prossimi tre anni”, afferma Davis. “La nostra ricerca ha portato alla luce qualcosa di diverso: in questo momento storico, si sta delineando una tensione crescente tra l’aumento dei deficit pubblici, e l’invecchiamento della popolazione, che tende a frenare la crescita, contrapposti alla prospettiva di un cambiamento epocale nella forza lavoro globale, spinto dalla diffusione dell’intelligenza artificiale. Questo significa che non ci si può affidare a previsioni di consenso basate sulla stabilità. O si avrà una fase di crescita debole, oppure, più probabilmente, un’accelerazione della produttività economica e del lavoro superiore a qualsiasi previsione delle banche centrali o del settore privato. Non si tratta di una mia opinione personale: è una valutazione fondata sui dati e su un’analisi sistematica”, afferma l’esperto.

Demografia, un fattore meno determinante di quanto si pensi

“Questo quadro analitico ci ha offerto intuizioni che prima non avevamo, cambiando convinzioni che avevo maturato in oltre 25 anni di carriera. Ad esempio, è opinione diffusa che la crescita in Europa resterà permanentemente bassa a causa della demografia sfavorevole. La popolazione italiana è in calo; la Cina affronta sfide simili. Ma analizzando 300 anni di dati demografici in 100 paesi, abbiamo scoperto che la demografia incide quasi per nulla sui risultati economici futuri. I paesi con crescita demografica negativa avevano il 50% di probabilità di accelerare la crescita e il 50% di rallentarla”, afferma. Questo per Davis non significa che la demografia sia irrilevante, ma che pesa molto meno di quanto si pensi. “La tecnologia, e in particolare l’AI, ha un impatto dodici volte superiore. Il nostro scenario più probabile, è che entro tre-cinque anni la crescita accelererà grazie alla trasformazione della forza lavoro indotta dall’AI.

“Negli Stati Uniti, l’automazione equivarrà a trattenere nel mercato tutti i lavoratori over 65, cioè 20 milioni di persone. In Europa, sarebbe come aggiungere 7 milioni di lavoratori, compensando l’impatto dell’invecchiamento. La storia mostra che non sarebbe un caso unico: il Rinascimento, l’Illuminismo, la Rivoluzione industriale e gli anni Venti del Novecento hanno visto crescite accelerate nonostante una dinamica demografica debole”, afferma.

“Certo le sfide non mancano, ma la maggior parte degli economisti sottovaluta l’impatto potenziale dei cambiamenti e dei guadagni di produttività che ci attendono”, dichiara Davi. Secondo la sua analisi, infatti, entro pochi anni l’intelligenza artificiale trasformerà in profondità il lavoro: fino al 60% dei lavoratori negli Stati Uniti e al 50% a livello globale vedranno cambiare una parte rilevante delle proprie mansioni, con un impatto ben superiore a quello del personal computer o della catena di montaggio. Circa un quinto delle professioni, soprattutto quelle più qualificate, rischia la sostituzione, ma per la maggior parte dei lavoratori l’AI agirà come un potente strumento di produttività, spingendo la crescita economica.

Profonde implicazioni per gli investimenti  

Davis mette in luce un aspetto estremamente rilevante per il posizionamento dei portafogli nel lungo periodo: i vincitori di oggi dell’AI potrebbero non coincidere con quelli di domani. “Storicamente, durante le grandi rivoluzioni tecnologiche, le aziende che producono la tecnologia sovraperformano nella fase iniziale, ma il settore tecnologico nel suo complesso tende a sottoperformare nel ciclo successivo. Quindi, più si è ottimisti sull’AI, meno ha senso essere esposti al tech nel lungo termine”, afferma.  

“Non è un messaggio popolare nella Silicon Valley, dove molti ritengono il successo dell’AI una certezza”, continua. “Il nostro modello assegna una probabilità del 60% a uno scenario di crescita trainata dall’AI, del 30% a un deludente scenario di rallentamento dovuto ai deficit e del 10% a uno scenario intermedio”, continua. “I mercati stanno già riflettendo questo dibattito: le quotazioni tecnologiche e il prezzo dell’oro crescono insieme. Si tratta di un fatto raro, segnalando allo stesso tempo ottimismo per l’AI e timori fiscali”, afferma.

“Se l’AI non dovesse mantenere le promesse, i mercati azionari potrebbero subire forti correzioni, mentre le pressioni fiscali manterrebbero i tassi d’interesse più elevati del previsto”, continua. “Esistono strategie per gestire i rischi senza dover scegliere un campo, e non richiedono rivoluzioni nei portafogli, ma sì, una maggiore consapevolezza della direzione dei mercati. Alla fine, tra quattro o cinque anni, sapremo quale scenario avrà prevalso. Fino ad allora, gestione del rischio e flessibilità restano essenziali”, conclude.