I sospetti sulla Renault hanno riacceso i timori degli investitori per un nuovo dieselgate. E proprio quando il caso Volkswagen ancora non è stato dimenticato. Giovedì scorso ispettori del governo di Parigi sono entrati in alcune fabbriche della casa automobilistica per esaminare i programmi digitali sulla misurazione delle emissioni: nemmeno il tempo di aver messo piede dentro che in Borsa il titolo Renault crollava del 20%, e tutto in un solo giorno, per poi chiudere la seduta con una flessione del 10,28% a 77,75 euro. Nelle sedute successive i numeri rossi non hanno smesso di mettersi in evidenza: il marchio ha perso oltre il 15%. Frattanto la ministra dell'Ecologia francese Segolene Royal ha annunciato un'operazione di richiamo in fabbrica di 15mila veicoli Renault prima che siano messi in commercio per regolarne il motore. In particolare, fa sapere Renault Italia, l'operazione ''mira a correggere un errore di calibratura del controllo motore riscontrato sui motori diesel 110 Cd. Non si conoscono però ancora i dettagli dei Paesi coinvolti nel richiamo".
Che sia un problema tecnico o meno, tanto basta per far sudare freddo agli investitori. L’elemento che preoccupa di più, secondo Morningstar, è di tipo strategico. Perché gli scandali legati a un marchio trascinano dietro anche il segmento auto (vedi il calo a ruota di FCA). Poi c'è il fattore psicologico: “Un’eccessiva concentrazione di portafoglio in un settore o addirittura un’industria è sempre un’arma a doppio taglio: può aiutare le performance se le cose vanno bene, ma produrre risultati disastrosi se la scommessa non è azzeccata”, dice Francesco Paganelli, fund analyst EMEA di Morningstar. “Nell’attuale contesto caratterizzato da economie globalizzate e integrate tra loro, inoltre, la diversificazione settoriale sembra essere più importante di quella geografica”.
Dieselgate: quali sono i fondi europei più esposti a Renault?

foto: albertizeme, Flickr, Creative Commons
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