“Il beneficio del reddito fisso dei mercati emergenti all’interno dei portafogli non è ancora pienamente compreso dagli investitori.” A sostenerlo è Wouter Van Overfelt, Head of Emerging Markets Bonds di Vontobel. La società svizzera vanta una competenza distintiva in un comparto che, per ampiezza e relativa inefficienza, offre ampio spazio ai gestori attivi per generare valore.
Un’opportunità sottovalutata
Secondo Van Overfelt, intervistato da FundsPeople durante l’ultimo Vontobel Summer Outlook, che si è svolto recentemente nella sede centrale di Vontobel a Zurigo, questa asset class è spesso percepita come eccessivamente rischiosa. “Quando un investitore desidera esporsi al comparto dei mercati emergenti, tende a farlo attraverso l’azionario di questi Paesi. Vi è però una percezione errata, frutto di una mancata analisi approfondita dei fondamentali, secondo cui obbligazionario e azionario emergente presenterebbero profili di rischio/rendimento simili. Ma storicamente non è così. Negli ultimi 10–15 anni, in molti casi il rendimento offerto dal reddito fisso emergente è stato simile a quello dell’azionario, ma con un’assunzione di rischio decisamente inferiore”, afferma il gestore.
Inoltre, secondo l’esperto, gli investitori nell’approcciarsi al reddito fisso dei mercati emergenti manterrebbero un mindset fortemente influenzato da bias legati all’equity. “Spesso credono che investire nel reddito fisso dei Paesi emergenti significhi esporsi in misura rilevante agli asset cinesi. Ma la realtà è ben diversa”, afferma. “Negli indici azionari dei mercati emergenti, infatti, il peso dell’Asia si avvicina all’80%, mentre ad esempio nel reddito fisso sovrano emergente in valuta forte si attesta intorno al 17 per cento. Ciò rende l’universo di investimento dell’obbligazionario dei mercati emergenti molto più diversificato geograficamente rispetto a quello dell’azionario”, afferma.
Dall’eccezionalismo USA allo scetticismo verso gli USA
Nonostante i suoi potenziali benefici, negli ultimi anni l’asset class ha registrato deflussi, dovuti in particolare alle crisi geopolitiche: lo scoppio del conflitto in Ucraina nel 2022, le tensioni in Medio Oriente e la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. A complicare il quadro, si aggiunge l’attuale incertezza di mercato, per i dazi, il rallentamento della crescita negli Stati Uniti, e la fine della tematica dell’eccezionalismo USA che aveva dominato il panorama degli investimenti lo scorso anno.
“Il sentiment di mercato sembra essersi spostato dall’eccezionalismo USA a un crescente scetticismo verso gli USA, riflettendo dubbi sulla sostenibilità della leadership dell’economia americana”, afferma Van Overfelt. Le previsioni di Bloomberg dicono infatti che il PIL degli Stati Uniti è atteso in rallentamento all’1,4% entro fine anno, rispetto al 2,8% dello scorso anno. Inoltre, dopo l’annuncio dei dazi nel cosiddetto ‘Liberation Day’, i Treasury statunitensi hanno subito una forte correzione, con rendimenti in aumento. “Anche se prevediamo una loro discesa, i tassi USA restano storicamente elevati rispetto al recente passato. In più, l’inflazione statunitense potrebbe sorprendere al rialzo proprio a causa dei dazi, mentre il dollaro sta attraversando una fase di debolezza. Non ha funzionato da bene rifugio durante la correzione dei mercati a inizio aprile, un fatto nuovo: storicamente il biglietto verde tendeva ad apprezzarsi nelle fasi di panico e di timore per una recessione globale”, osserva il gestore. “Non è ancora chiaro se questa fase di debolezza del dollaro proseguirà, ma il cambiamento di percezione riguardo al suo status di porto sicuro rappresenta un elemento nuovo e rilevante nel quadro macroeconomico globale”, precisa.
Oltre gli USA: il potenziale del reddito fisso emergente
Secondo Van Overfelt, in un contesto di crescente incertezza nei confronti degli Stati Uniti, è importante ridurre l’esposizione agli asset statunitensi, diversificando maggiormente i portafogli e guardando ad altre aree del mondo. In questo scenario di erosione della fiducia degli investitori nei fondamentali della prima economia globale, i mercati emergenti rappresentano una di queste alternative. “Nei periodi di debolezza del dollaro i bond dei mercati mergenti tendono a registrare performance positive, in particolare nelle emissioni in valuta locale, anche per i rendimenti e il carry offerto dall’asset class”, afferma il gestore.
Inoltre, le prospettive di crescita economica nelle aree emergenti risultano superiori rispetto a quelle dei mercati sviluppati. E un ulteriore fattore di sostegno per queste economie è rappresentato dal processo di disinflazione in atto. “Ciò consente alle banche centrali locali di disporre di un maggior margine di manovra per tagliare i tassi, senza il timore di alimentare nuova inflazione. Anche per questo motivo manteniamo una view positiva sui bond emergenti in valuta locale”, afferma.
Bond sovrani in valuta locale o forte a confronto
“Nella composizione degli indici, i bond emergenti in valuta locale includono un numero inferiore di emittenti e tendenzialmente si tratta di economie più sviluppate: 19 Paesi contro i 70 dell’indice in valuta forte”, spiega l’esperto. “Anche la qualità media del rating è diversa: BBB– per l’indice in valuta forte e BBB+ per quello in valuta locale.Di conseguenza, nella scelta tra le due opzioni non bisogna considerare solo il rendimento atteso. L’indice in valuta forte, infatti, presenta un’esposizione significativa anche verso diversi mercati di frontiera, il che ne aumenta sì il rendimento potenziale, ma anche il livello di rischio complessivo”, argomenta l’esperto.
Risulta attrattivo anche il segmento corporate, sia per gli spread interessanti, sia perché secondo Van Overfelt consente di esporsi a settori dell’economia meno direttamente colpiti dai dazi di Trump, come il comparto finanziario, le infrastrutture e le utilities. “Concludendo, se si è convinti che i tassi siano destinati a scendere in modo significativo, ha senso esporsi al segmento sovrano. Al contrario, se si temono una maggiore volatilità sui tassi e dei contraccolpi sui mercati delle politiche tariffarie, il comparto corporate offre una diversificazione più ampia”, afferma.

