Entra in vigore l’SFDR. Ma la finanza etica è un’altra faccenda

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Foto Spring Fed Images, Unsplash

Un primo tassello della cornice europea è appena stato fissato. Da oggi entra in vigore il primo regolamento adottato nell’ambito dell’Action Plan Ue per la finanza sostenibile, che cerca di dare una definizione precisa di investimento green. Gestori ma anche consulenti finanziari devono rispettare i requisiti della Sustainable Finance Disclosure Regulation, abbreviato Sfdr. L’obiettivo è rendere finalmente più sensibili ai criteri di sostenibilità anche i prodotti finanziari, visto che finora è mancato uno standard condiviso su cosa s’intenda davvero per investimento green: banche e società di gestione si sono un po’ cuciti su misura degli abiti verdi di tela grossolana addosso. L’intento europeo è dunque d’uopo se non di grande interesse, anche se, come spiegano da Banca Etica (unica banca a italiana interamente dedita alla finanza etica) la normativa ad oggi è “molto complessa da applicare e soprattutto molto annacquata”.

“Le differenze tra ciò che noi intendiamo per finanza etica e ciò che la Ue certificherà come finanza sostenibile sono tante”, dice a riguardo Anna Fasano, presidente dell’istituto. “È utile guardare alla ‘genealogia’ e dunque alle dinamiche politiche che hanno generato la finanza etica da una parte e la finanza sostenibile (nella definizione che sta assumendo) dall’altra. La finanza etica aspira a un concetto di giustizia sociale e inclusione che va ben oltre la proposta dell’Ue. Termini come profitto, speculazione, governance, impatto, incidenza, costruzione della cittadinanza acquisiscono un significato completamente diverso e configurano uno spazio coerente che non si limita a un’aggregazione di iniziative concrete, ma piuttosto ad una proposta completa sul modo in cui l’intermediazione finanziaria dovrebbe operare per generare giustizia sociale e bene comune”.

Finanza etica vs finanza sostenibile: le sette differenze sostanziali

In buona sostanza, per il gruppo che da vent’anni lavora nell’ambito della sostenibilità, finanza etica e finanza sostenibile (quella che l’Europa sta provando a regolamentare) non sono esattamente la stessa cosa. Anzi. Banca Etica individua sette differenze sulle quali anche il settore dell’asset management dovrebbe riflettere. Ecco di cosa si tratta:

  • 1) Massimizzazione del profitto vs massimizzazione dei benefici per la collettività. La prima differenza tra i due modelli risiede nei principi di base. Nelle definizioni di finanza sostenibile elaborate dalla Ue la sostenibilità è, nel migliore dei casi, un obiettivo secondario alla massimizzazione dei profitti per pochi, un fattore competitivo da prendere in considerazione per rispondere alla crescente domanda di mercato o uno strumento di marketing per ridurre i propri rischi reputazionali e darsi un’immagine più pulita. L’approccio della finanza etica è radicalmente diverso: la realizzazione di utili economici è perseguita, ma è funzionale all’obiettivo di massimizzare i benefici per le persone, le comunità e il pianeta. È il passaggio dallo shareholders interest, e cioè agire nell’interesse esclusivo degli azionisti, allo stakeholders interest nella sua accezione più ampia, ovvero agire valutando gli impatti su tutti i portatori di valore. 
  • 2) Speculazione finanziaria vs focus sull’economia reale. La finanza mainstream oggi è caratterizzata da dinamiche quali l’uso spregiudicato di strumenti speculativi e dei paradisi fiscali, una continua creazione di bolle e instabilità; la stragrande maggioranza dei derivati sono utilizzati come pure scommesse speculative; oltre la metà delle operazioni sui mercati finanziari sono rappresentate dal trading ad alta frequenza; un sistema bancario ombra che sfugge a controlli e regolamentazione, etc. In questo contesto, la finanza sostenibile descritta nella nuova normativa europea non prevede alcun obbligo di “non nuocere alla collettività e all’economia reale” per gli operatori finanziari che vogliono dirsi sostenibili. La finanza etica, invece, ripudia la speculazione ed è orientata a sostenere l’economia reale capace di favorire il benessere della società. Tra i propri valori la finanza etica pone l’accento sull’accesso al credito e l’inclusione finanziaria dei soggetti più deboli. Un tema centrale in questa fase caratterizzata da un lato da un eccesso di liquidità ma dall’altro, nello stesso momento, da una crescente esclusione finanziaria di molte persone e imprese. Ad esempio: la bolla dei mutui subprime che ha innescato la terribile crisi finanziaria del 2008 potrebbe replicarsi anche con le nuove norme sulla finanza sostenibile, mentre non potrebbe verificarsi se, per ipotesi, tutti operassero secondo i criteri della finanza etica.
  • 3) Modello “a scaffale” vs modello “olistico”. L’approccio alla finanza sostenibile promosso dall’Ue si concentra quasi unicamente sullo specifico prodotto finanziario, non sull’insieme delle attività proposte da un gruppo bancario. Al momento, inoltre, l’ambito di applicazione riguarda unicamente le attività di gestione e investimento di prodotti finanziari, non l’erogazione del credito o altre attività bancarie. Gli istituti ispirati alla finanza etica, invece, si fondano sulla coerenza dell’insieme delle proprie attività. Per chi fa finanza etica non è ammissibile offrire alla propria clientela alcuni prodotti sostenibili e altri nocivi per il pianeta o le persone. Ad esempio offrendo fondi che investono sulle rinnovabili accanto ad altri che continuano a investire su fonti fossili. Gli enti che fanno finanza etica mettono al centro la trasparenza e l’equità e valutano ogni investimento sia sul piano dei possibili risultati economici sia su quello degli impatti sociali e ambientali.
  • 4) Modelli di governance: che ruolo per trasparenza e partecipazione? La normativa europea non impone requisiti di governance a chi voglia vendere i propri prodotti finanziari come sostenibili. Secondo questa normativa un intermediario finanziario può essere opaco, gestito con il famoso sistema delle scatole cinesi, eludere le tasse e comunque pubblicizzare i propri prodotti come “sostenibili”. Gli operatori di finanza etica, invece, hanno governance e strutture societarie basate su trasparenza; partecipazione dei soci e dei clienti; forbice massima tra le remunerazioni, etc. Le nuove normative Ue affrontano temi legati alla trasparenza, ma lo fanno in un’ottica di singolo prodotto e non guardano al comportamento complessivo del soggetto proponente. 
  • 5) Valutazione dei criteri ambientali, sociali e di governance (ESG): visione parziale vs visione d’insieme. Nell’approccio dell’Ue, la sostenibilità è definita quasi esclusivamente guardando alla componente ambientale. La finanza etica, invece, prende in considerazione ogni aspetto ambientale, sociale e di governance nella tradizionale analisi ESG, e anche le loro rispettive interrelazioni. La finanza etica parte dalla definizione di alcuni settori economici che devono necessariamente essere esclusi dagli investimenti (armi, fonti fossili, pornografia, etc) e poi valuta le imprese operanti nei settori non esclusi in base a una visione complessiva dei loro impatti. Ad esempio in Europa c’è chi considera “sostenibili” investimenti in centrali a gas o in centrali idroelettriche realizzate costruendo dighe che devastano l’ambiente e mettono in pericolo le comunità che vivono in quei territori: per la finanza etica, invece, questi investimenti sono inaccettabili. O ancora, molti prodotti finanziari venduti come sostenibili investono nelle big tech, giudicate neutre sul piano delle emissioni di Co2 e quindi pulite. La finanza etica invece esclude questi investimenti perché le Big Tech non sono trasparenti sul piano fiscale e sono al centro di valutazioni circa i loro potenziali impatti negativi.
  • 6) Lobby finanziaria vs educazione critica alla finanza. Un’altra differenza sostanziale è l’attività di lobby svolta dalla finanza mainstream che investe cifre consistenti per condizionare le scelte dei regolatori, arrivando persino a chiedere di includere il nucleare o alcuni investimenti nei combustibili fossili tra le attività da considerare come “sostenibili”. La finanza etica, pur dialogando con le istituzioni e i regolatori, si concentra più sull’attività di sensibilizzazione dal basso delle persone e delle comunità per rendere comprensibili gli impatti negativi di una finanza tutta orientata alla massimizzazione dei profitti nel brevissimo periodo. Le realtà della finanza etica – inoltre – sono in prima fila per chiedere normative capaci di arginare il casinò finanziario come ad esempio l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie; la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento; un serio contrasto ai paradisi fiscali; un limite all’uso dei derivati, etc. 
  • 7) Conservazione dello status quo vs trasformazione sociale. La normativa Ue non impedisce alle società che vendono prodotti di finanza sostenibile di fare ricorso ai paradisi fiscali, adottare politiche di gestione interna poco eque, etc. Gli intermediari finanziari “sostenibili” non sono incoraggiati dalla normativa a farsi promotori di modelli più responsabili e inclusivi di gestione delle aziende su cui investono. Tra gli obiettivi della finanza etica, invece, vi è quello di promuovere attraverso l’engagement e l’azionariato attivo comportamenti più etici da parte delle aziende al fine di produrre impatti ambientali e sociali positivi nel lungo periodo. Attraverso i fondi comuni di investimento etici o in partnership con organizzazioni non governative, la finanza etica si impegna per diventare interlocutrice attiva di grandi corporation, denunciando pubblicamente comportamenti nocivi per le persone e per l’ambiente.