Focus sulla generazione di reddito e sulla diversificazione della duration. E interesse per il credito ancora elevato, in particolare per quello europeo. È questa la strategia per i portafogli obbligazionari delineata da Allspring Global Investments in una fase segnata da incertezze per le tensioni commerciali, l’allentamento delle politiche monetarie della Fed e il rallentamento della crescita economica.
Allspring vanta un’expertise riconosciuta a livello globale nel comparto obbligazionario, in particolare nel credito. A giugno, gli asset under advisement nell’obbligazionario ammontano a 471 miliardi di dollari, su un totale di circa 600 miliardi di asset complessivi gestiti o sotto consulenza. La società si distingue per l’approccio attivo sui mercati pubblici, con una costruzione dei portafogli fondata su un processo approfondito di analisi bottom-up degli emittenti e delle singole emissioni.
Income al centro
George Bory, chief investment strategist del team Fixed Income della casa di gestione, individua nell’income il perno delle strategie obbligazionarie del gestore, con uno sguardo rivolto all’ultima parte dell’anno e all’inizio del 2026. “I rendimenti reali a livello globale restano positivi. Perciò, nonostante il contesto di incertezza legato alle tensioni commerciali, il principale driver delle performance dei portafogli obbligazionari nei prossimi mesi sarà l’income. Riteniamo che l’income sia ‘l’amico’ di chi investe oggi nel reddito fisso”, dichiara Bory.
La seconda componente fondamentale della strategia del gestore è la diversificazione della duration. “Nel mondo non ci sono asset privi di rischio, quindi è essenziale diversificare il più possibile i portafogli con diverse tipologie di duration. Il nostro obiettivo è sfruttare al massimo i benefici derivanti da una diversificazione della duration su scala globale, mentendo al contempo l’obiettivo di conferire al portafoglio l’adeguata capacità di protezione dai rischi di downside”, afferma.
Posizionamento sulla parte centrale della curva
Per quanto riguarda il posizionamento tattico dei portafogli, privilegia, a livello statunitense, europeo e globale, la parte centrale della curva dei rendimenti, con durate comprese tra 5 e 10 anni. Questa scelta è motivata sia dai rendimenti storicamente interessanti offerti dai bond con queste scadenze, sia dai solidi fondamentali del credito. Si tratta di un approccio caratterizzato da una certa dose di prudenza, considerando che, secondo il gestore, in questa fase di mercato la parte lunga della curva e i bond a 30 anni rappresentano la valvola di sfogo delle pressioni macroeconomiche dell’attuale scenario.
Ma tale aumento dei rendimenti a lunga durata e l’irripidimento delle curve secondo l’esperto non devono essere interpretati come un segnale di allarme, bensì come un fenomeno di normalizzazione delle curve dei rendimenti, che manifestano il ritorno a una situazione più equilibrata, simile a quella precedente alla crisi finanziaria globale del 2008: “Il fenomeno di normalizzazione delle curve dei rendimenti, in atto a livello globale negli ultimi anni, è destinato a proseguire anche nel 2025 e nel 2026, e gli investitori nel reddito fisso devono tenerne conto. La parte centrale della curva risulta particolarmente interessante dal punto di vista del rendimento corretto per il rischio, mentre occorre mantenere cautela sulla parte lunga della curva”, ribadisce l’esperto. “È vero che i debiti dei Paesi stanno crescendo, un fattore che si riflette sulla parte lunga della curva. Ma non è detto che questa tendenza finirà per destabilizzare l’intero mercato che sta già prezzando gradualmente questo rischio”, dichiara.
Il ciclo del credito non si sta esaurendo
L’interesse per il credito resta alto, e per l’esperto continuerà a guidare le performance obbligazionarie. Secondo Bory, non ci troveremmo alla fine di questo “super ciclo” che ha caratterizzato i mercati negli ultimi anni; al contrario, secondo la sua analisi, questo ciclo potrebbe durare ancora diversi anni. I motivi sono chiari: i costi di finanziamento delle aziende restano al di sotto dei tassi di crescita degli utili, i bilanci aziendali sono solidi, così come la redditività delle imprese, i tassi di default rimangono bassi e gli spread dei crediti restano compressi. Eventuali allargamenti degli stessi sarebbero quindi limitati. “Non siamo alla fine del ciclo del credito, come molti potrebbero pensare. Il ciclo è maturo, ma non ancora giunto al termine, anche grazie alle banche centrali che stanno allentando le proprie politiche monetarie”, spiega l’esperto.
Credito europeo nel mirino
Per quanto riguarda le aree geografiche, il gestore privilegia il credito europeo rispetto a quello statunitense. “Questo in virtù dei rendimenti più attraenti e alla forma della curva in Euro, relativamente più ripida e vantaggiosa”, spiega. “Il credito statunitense appare più a buon mercato, ma i rendimenti in Europa restano più favorevoli una volta considerati cambio, curva e spread”, aggiunge. “Se all’inizio del 2025 mi fosse stato chiesto se un contesto segnato da guerre commerciali sarebbe stato positivo per il credito o per i bond in generale, avrei risposto di no. Eppure, eccoci qui, con ritorni year to date molto forti. Anche se i rendimenti potrebbero calare leggermente e gli spread ampliarsi, il ritorno totale dovrebbe rimanere positivo nei prossimi mesi”, conclude.

