La crescente instabilità geopolitica e la ridefinizione degli equilibri economici globali stanno modificando profondamente il contesto in cui operano investitori e asset manager. Le tensioni tra blocchi, il riassetto delle catene di approvvigionamento e la centralità delle materie prime stanno progressivamente sostituendo la logica della globalizzazione con dinamiche più regionali e frammentate. Secondo le ultime statistiche, la frammentazione geoeconomica potrebbe ridurre il Pil globale fino al 7% nel lungo periodo, segnalando l’entità del cambiamento in atto e le possibili implicazioni sistemiche per mercati e crescita. In parallelo, il ruolo delle commodity torna centrale non solo come driver inflattivo ma come leva geopolitica, mentre le banche centrali si muovono in equilibrio tra sostegno alla crescita e contenimento dei prezzi. In questo scenario, le prospettive macro diventano più difficili da interpretare e richiedono un approccio integrato tra analisi economica e lettura politica degli eventi, con una crescente attenzione ai rischi esogeni. La volatilità non è più un’anomalia ma una componente strutturale dei mercati. È partendo da questa considerazione che si sono confrontati gli ospiti intervenuti alla seconda edizione dell’evento organizzato a Milano da FundsPeople il 16 aprile, “Il giorno del fund selector”, offrendo una chiave di lettura articolata su come geopolitica, materie prime e dinamiche macro stiano ridefinendo le strategie di investimento e i rischi sistemici.
Regionalizzazione dei commerci e nuove dinamiche globali
“Spesso si ritiene che la regionalizzazione dei commerci sia un fenomeno recente, ma i dati raccontano altro”. Andrea Calef, associate professor in finance alla UCL School of Management, introduce il tema partendo da un’analisi empirica che ridimensiona la percezione comune e invita a leggere il fenomeno con maggiore profondità storica. Secondo l’economista, il processo di frammentazione degli scambi internazionali è iniziato già negli anni precedenti ai conflitti più recenti. “Se guardiamo ai dati del WTO, la discontinuità si accentua con la guerra russo-ucraina, ma la tendenza era già in atto”, spiega, evidenziando come il mondo si stia progressivamente organizzando in blocchi geopolitici più chiusi e meno interconnessi rispetto al passato.
Questo cambiamento ha implicazioni dirette anche sul piano economico. “Gli scambi avvengono sempre più all’interno dei blocchi e meno tra di essi”, sottolinea, segnalando una riduzione dell’integrazione globale che potrebbe avere effetti strutturali sulla crescita. A ciò si aggiunge l’impatto sui costi logistici: “Le guerre hanno prodotto un aumento significativo dei prezzi dei noli” afferma il professore, osservando come tale incremento dei prezzi dei trasporti abbia effetti a catena su inflazione, supply chain e margini aziendali. Riprendendo poi l’analisi macro, Calef evidenzia come i rischi recessivi restino contenuti ma non trascurabili. “Le probabilità sono inferiori rispetto al 2022, ma non nulle”, precisa, indicando uno scenario di crescita moderata e inflazione leggermente più elevata. Tuttavia, segnala anche criticità emergenti legate alle materie prime strategiche: “L’aumento dei prezzi di input come tungsteno ed elio ha un impatto diretto sulla produzione industriale”, dice, richiamando l’attenzione su settori chiave come automotive e tecnologia. In questo contesto, conclude, “le banche centrali saranno costrette a un approccio attendista”, ma con margini per futuri tagli dei tassi qualora la crescita dovesse indebolirsi. Un equilibrio delicato che riflette la complessità del momento macroeconomico.
Equilibri fragili e scenari geopolitici complessi
A rafforzare il quadro di incertezza è la complessità degli equilibri geopolitici, sempre più difficili da interpretare e prevedere. “Si possono ipotizzare degli scenari, ma con una base molto tenue” ammette Riccardo Alcaro, research coordinator - head, global actors programme, Istituto Affari Internazionali, evidenziando la difficoltà di attribuire probabilità affidabili agli sviluppi futuri in un contesto così fluido. Il caso iraniano rappresenta un esempio emblematico. “La tregua regge, ma con difficoltà” spiega, evidenziando come le parti restino distanti su questioni cruciali, a partire dal programma nucleare e dal controllo dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per i flussi energetici globali. “Entrambi gli attori si percepiscono in una posizione di forza”, aggiunge, rendendo più complesso un compromesso. L’Iran, pur indebolito sul piano militare, ha acquisito nuova leva strategica grazie alla capacità di influenzare i traffici energetici, mentre gli Stati Uniti oscillano tra pressione militare e tentativi diplomatici, con esiti ancora incerti. Secondo Alcaro, il vero cambiamento è di natura sistemica. “Stiamo assistendo a una trasformazione del ruolo degli Stati Uniti da potenza egemonica a potenza più predatoria” afferma, indicando una progressiva erosione del sistema basato su regole condivise e stabilità. Questo passaggio, aggiunge, ha implicazioni profonde per i mercati globali. “La prevedibilità economico-finanziaria viene meno”, evidenzia Alcaro, e questo rende più complessa la gestione del rischio e la costruzione di scenari. A ciò si aggiungono fattori politici interni agli Stati Uniti, che potrebbero influenzare ulteriormente la traiettoria della politica estera. In prospettiva, “la possibilità di escalation resta concreta, con effetti potenzialmente rilevanti su energia, inflazione e commercio globale”.
Materie prime e logiche del nuovo ordine
Se la geopolitica definisce il contesto, sono le materie prime a rappresentarne uno degli strumenti principali e più rilevanti. “Il prezzo del petrolio non conta niente” afferma provocatoriamente Enrico Verga, docente di geopolitica al Politecnico di Milano, invitando a guardare oltre la superficie dei mercati per cogliere le dinamiche strutturali sottostanti. Secondo Verga, il vero tema è la ridefinizione dei flussi globali di risorse e del potere associato a tali flussi. “Stiamo passando – spiega – dalla pax americana a un mondo multipolare”, in cui le commodity diventano strumenti di potere, leva negoziale e fattore di equilibrio tra grandi blocchi economici. Gli esempi non mancano: dal ruolo crescente della Cina come principale acquirente di energia, alle nuove rotte del gas russo verso l’Asia, fino alla competizione per il controllo delle risorse in America Latina. “Gli Stati Uniti vogliono mantenere una presenza in ogni area strategica”, evidenzia il professore, per poi mettere in luce come l’obiettivo sia partecipare ai flussi di valore anche senza un dominio assoluto, ma attraverso una presenza diffusa e capillare. In questo scenario, anche il Venezuela e l’Iran assumono una funzione diversa. “Non sono crisi isolate, ma sintomi di un cambiamento strutturale”, afferma Verga, invitando a interpretare gli eventi come parte di una trasformazione più ampia che coinvolge l’intero sistema economico globale. Le implicazioni per gli investitori sono profonde e richiedono un ripensamento dei modelli tradizionali. “Le variabili geopolitiche diventeranno parte integrante dei portafogli e sarà sempre più necessario integrare nuove dimensioni di rischio e opportunità in un contesto sempre più interconnesso tra politica, economia e finanza”, conclude.
