Gli effetti dell’inflazione sull’allocazione dei governativi

Fixed income, Gli effetti dell’inflazione sull’allocazione dei governativi

La prima metà del 2021 ha visto riaccendersi i riflettori sul possibile ritorno dell’inflazione in molte aree del mondo, Stati Uniti in primis. Se da un lato gli operatori di mercato dibattono con fervore sulla durata e intensità di tale evento, dall’altro gli investitori devono necessariamente rivedere la propria asset allocation in un mondo che ha ancora fame di rendimento. Mentre in Europa la BCE ha rafforzato il suo programma di acquisti, sul fronte USA si è assistito a un robusto rialzo dei tassi di interesse dei titoli di Stato, complici le aspettative di ripresa economica del Paese, alimentate anche dal pacchetto di aiuti recentemente approvato dall'amministrazione Biden.

ETF governativi, bene l’Europa

Come stanno reagendo, dunque, gli investitori, considerando il ruolo che i titoli governativi rivestono all’interno dei portafogli multi-asset e quali sono, in generale, le tendenze riscontrabili nell’universo ETF? Con questa domanda si è aperta la tavola rotonda virtuale dedicata alle opportunità fixed income negli ETF. “Sicuramente sulla parte americana si sono registrate perdite che gli investitori hanno gestito con una riduzione della duration o con un incremento della componente inflation linked, motivo per cui abbiamo visto flussi andare verso questo tipo di ETF”, spiega Mauro Giangrande, head of Passive Sales Italy, Iberia, France & MENA di Xtrackers, DWS Group. Un dato interessante è che “nonostante il momento di mercato non favorevole per il fixed income, gli ETF che offrono accesso ai titoli governativi in euro hanno continuato a registrare flussi positivi. L’Europa ha infatti ancora un peso predominante nei portafogli degli investitori del Vecchio continente e con i tassi ai minimi ormai da molto tempo, risulta fondamentale investire in strumenti caratterizzati da costi di gestione che siano i più contenuti possibile”, aggiunge il responsabile.

Le mosse dei fund buyer

Alla luce dello scenario di mercato citato, viene da chiedersi in che modo i fund buyer stiano intervenendo sull’asset allocation governativa nei portafogli gestiti. A prendere la parola è Ilaria Michelini, fund selector del team Consulenza e active advisory di Banca Aletti, secondo cui “la maggiore inflazione non deriva da condizioni strutturali, ma è riconducibile a una congiuntura più alta, come il prezzo delle materie prime o comunque episodi ed effetti statistici destinati a rientrare fra qualche trimestre”, spiega. Per questo motivo dall’ufficio studi dell’istituto bancario non riscontrano situazioni in grado di mutare l’orientamento delle principali autorità monetarie.

In parziale disaccordo con questa view è Marco Pelissero, head of Portfolio Managers di Banca Patrimoni Sella & C., che non esclude che un ciclo in decisa accelerazione, oggi evidente soprattutto negli USA ma che potrebbe investire presto anche l’Europa, possa configurare uno scenario d’inflazione non più così benigna. “Le dinamiche che negli ultimi anni abbiamo apprezzato come ‘strutturali’ a favore di scenari disinflazionistici potrebbero mutare nel futuro in funzione del fatto che, a nostro avviso, la pandemia sta marcando in modo rilevante la discontinuità con il passato e ci domandiamo se effettivamente tutto ciò che fino a oggi ha mantenuto compresse le attese di inflazione possa ancora perdurare nel futuro prossimo, cosa che dubitiamo”, spiega.

Questa divergenza di opinioni si traduce chiaramente in un diverso approccio all’allocazione governativa che, sul fronte europeo, è decisamente sottopesata nei portafogli di Banca Aletti a causa della “scarsità dei rendimenti e della ridotta capacità di generare decorrelazioni all’interno dei portafogli”, argomenta Michelini. “La curva euro, poi, soprattutto sulla parte core, offre rendimenti attesi negativi su tutte le scadenze. I bond della parte non euro, principalmente USA e UK, sono in posizione di neutralità mentre il debito UK da leggero sottopeso è stato portato in area di neutralità, in virtù della risoluzione Brexit e della campagna vaccinale avanzata”, aggiunge la fund selector.

Una gestione del rischio tasso prudente e opportunistica con un’allocazione orientata sulla periferia europea, nello specifico sul debito italiano, è la linea seguita da Banca Patrimoni Sella & C.. “Riteniamo che anche in virtù delle recenti novità governative nel nostro Paese possano esserci le condizioni per un marcato ritorno di interesse da parte degli investitori esteri”. Una posizione condivisa anche in BCC Risparmio&Previdenza dove il ‘rischio Italia’ si sta facendo sempre più spazio nei portafogli, come spiega Daniel Squindo, head of Multimanager Division della società.

Inflation linked

Il dibattito tra gli esperti prosegue orientandosi sul ruolo delle obbligazioni inflation linked. “Si tratta di strumenti ad alta duration che guardiamo con interesse. Risentono sicuramente delle aspettative dei tassi reali e dell'inflazione ma non sono immuni alle perdite durante i periodi di rialzo dei tassi”, spiega Squindo. “Se è vero che svolgono un ruolo di protezione, lo è altrettanto il fatto che, a differenza del passato, non consentono più di avere quell’hedge ed effetto di diversificazione che manca in questo momento nel mondo fixed income”, sottolinea. La scelta di inserire il debito governativo in portafoglio, dunque, deve essere più che mai ponderata in questo momento. “I governativi sono passati dall’essere un’asset strategica a tattica e non vanno più dati per scontato come un tempo”, sottolinea Squindo.

Da circa un anno manteniamo una posizione di netto sottopeso sui titoli governativi come conseguenza dei programmi di supporto delle banche centrali ma anche del trend di recovery legato al roll-out del vaccino. “All'interno di questo universo”, puntualizza Enrico Scarin, head of Mark to Market Portfolios Fixed Income di Generali Investments, “stiamo preferendo anche noi un’allocazione superiore al normale per titoli inflation-linked che tendono a sovraperformare quelli nominali in presenza di politiche reflattive e di espansione del proprio bilancio da parte delle banche centrali. Dato il rialzo delle aspettative inflazionistiche che sta interessando principalmente il mercato statunitense, restiamo inoltre in sottopeso su quest’area rispetto alla parte europea”, conclude.