I piani del private banking nell’era del Covid-19

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foto: autor ccrrii, Flickr, creative commons

È un dato di fatto: il mondo del private banking gestisce oltre un terzo della ricchezza degli italiani. Parliamo di 908 miliardi di euro di masse gestite che, secondo le stime di AIPB, potranno diventare 1000 miliardi nel prossimo biennio. I margini di crescita ci sono. Bisogna capire solo come aumentare il peso di questo settore, in un momento di crisi profonda. “Nei primi tre mesi dell’anno incertezza e paura per il futuro hanno fatto crescere liquidità e depositi, e contrarre il risparmio gestito e amministrato”, spiega Paolo Langé, presidente AIPB, nel corso della XVI edizione del Forum del Private Banking. “I portafogli della clientela private sono stati i più colpiti perché esposti ai mercati finanziari più di quanto non lo siano i risparmi delle famiglie retail, composti per oltre il 50% da depositi bancari”. Un dato negativo che, nel secondo trimestre dell’anno, si è attenuato. “La pandemia ha alimentato la consapevolezza generale che il risparmio è un valore, ma se non viene indirizzato verso buoni investimenti rischia di inaridire e da risorsa vitale di trasformarsi addirittura in freno all’economia”, precisa il manager.

Il ruolo del private banker

In questo quadro, il ruolo del private banking assume una rilevanza ancora maggiore rispetto al passato. Ne sono ben consapevoli tutti gli ospiti del Forum intitolato Wealth for the Future. Andrea Ragaini, consigliere e membro del Comitato direttivo AIPB, ad esempio, ricorda come proteggere il patrimonio dei clienti sia da sempre uno degli obiettivi centrali del settore. “Ci troviamo di fronte ad una strada tortuosa, tra classi correlate in mondo fuorviante e tassi d’interesse a zero. Oggi serve più che mai una sorta di Virgilio dantesco che accompagni il cliente nel mondo dell’investimento, riducendo l’emotività che spesso fa fare scelte sbagliate. Per questo il ruolo del private banker è importante come non mai”. Insomma più consulenza nei momenti di grande incertezza tanto più se, come emerge da una ricerca condotta dal Censis, la clientela private banking conserva ancora una mole di denaro sui conti correnti. Una quota che, visti i tempi, è cresciuta, come ricorda il direttore ricerca del Censis Francesco Maietta. Eppure la consapevolezza che tenere i soldi in banca non offra rendimenti è alta: il 75% di loro si dice pronto a finanziare con i propri capitali privati investimenti di lungo periodo per la rinascita economica dell’Italia dopo il Covid-19.

Investire in economia reale 

Nello sviluppo di prodotti e servizi dedicati alla clientela private, la priorità dei operatori pb, oltre all’integrazione dei criteri ESG, è infatti quella di prodotti illiquidi che investono in economia reale. “Investire nell’economia reale è importante” dice Elena Goitini, consigliere AIPB. “E il ruolo del settore deve essere proprio quello di un accompagnamento nel creare un ponte tra liquidità e rilancio del Paese. C’è un potenziale ampio ma purtroppo ci troviamo ancora in una situazione in cui la capacità di investire in asset illiquidi è molto bassa”. L’idea si sposa con il rapporto Censis: persuadendo la classe agiata a tenere in forma liquida solo una quota fisiologica del proprio portafoglio pari al 7% (oggi invece è superiore al 15%), sarebbero immediatamente disponibili 100 miliardi di euro da investire nell’economia reale. Non solo. “Finanza ed economia reale, in fondo, non sono altro che due facce della stessa medaglia”, aggiunge Tommaso Corcos, presidente di Assogestioni. “Gli investitori italiani devono allungare l’orizzonte d’investimento (finora troppo breve) e cogliere le opportunità che anche nei momenti di crisi ci sono e si stanno creando. Per questo servono prodotti meno liquidi e che aiutino le piccole e medie imprese”.

Le sfide future

 Se dunque serve rivoluzionare l’asset allocation dei portafogli della clientela private, attraverso nuove forme d’investimento – magari ragionando non più per profilazione di rischio ma per obiettivo d’investimento – il settore ha davanti altre importanti sfide. “La prima riguarda la cultura finanziaria. Dobbiamo individuare la modalità più efficace per accrescere la cultura finanziaria dei clienti, aiutandoli ad accedere ad una vasta gamma di opportunità, scegliendo con consapevolezza e avvicinandoli a logiche di medio-lungo periodo”, dice Paolo Langé. “L’incertezza generata dal Covid 19 ha infatti influito sull’orizzonte temporale. Ma il costante supporto assicurato dal private banking ha fatto sì che solo il 20% dei clienti si dichiara oggi troppo preoccupato dal presente per pensare al futuro, mentre la maggioranza si sente in grado di orientare lo sguardo al medio e lungo periodo.

La seconda sfida riguarda l’evoluzione digitale del nostro servizio, con l’obiettivo di sviluppare soluzioni tecnologiche innovative che facciano sentire i clienti meno soli e continuino a far percepire la nostra presenza. E qui entra in campo la questione delle competenze: al crescere della complessità, dobbiamo offrire un set di competenze più ampie, e non di natura esclusivamente finanziaria”, conclude il presidente AIPB.