A cinque anni di distanza dal famoso discorso di Draghi, si può dire che le promesse, almeno in parte, sono state mantenute. Nel 2012, la fiducia dei mercati nei Paesi periferici e nella sostenibilità del loro debito si era dissipata a causa dei timori relativi alla liquidità e alla ridenominazione valutaria. L’avversione al rischio si è tradotta in rendimenti più elevati che a loro volta hanno reso più difficoltoso il rifinanziamento del debito, dando origine a un circolo vizioso che solo la BCE era in grado di interrompere. L’impegno verbale di Draghi, il successivo taglio dei tassi e il Public Sector Purchase Programme (PSPP) avviato a marzo 2015 sono stati tutti fattori fondamentali per arrestare la tendenza al rialzo dei rendimenti dei Paesi periferici. Da allora i rendimenti sul debito periferico sono scesi drasticamente. L’Italia attualmente paga poco più del 2,2% per i prestiti decennali, un valore ben lontano dal 7,24% del novembre 2011 che era stato il più alto registrato dalla metà degli anni Novanta. La BCE ha pertanto compiuto la sua missione in termini di riduzione dei costi del debito pubblico a livelli sostenibili.
Missione compiuta per Draghi, almeno per i titoli di Stato. Ma l'Italia quanto ha risparmiato?

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