Moneyfarm: la previdenza complementare ancora in ritardo in Italia. Donne e giovani, i grandi assenti

Andrea Rocchetti News
Andrea Rocchetti, foto ceduta (Moneyfarm)

Il 38,8% dei lavoratori dipendenti e il 23,7% degli autonomi risulta iscritto a un fondo pensione. I dati, di per sé contenuti, si riducono ulteriormente, rispettivamente al 30,5% e al 13,3%, se si considera chi ha effettuato versamenti nell’arco di 12 mesi. E la disparità di genere continua a rappresentare un campanello di allarme importante per la sostenibilità del sistema sul lungo periodo. A dare conto dell’andamento ancora limitato della previdenza complementare è una ricerca di Moneyfarm. Nel suo osservatorio, la società di consulenza finanziaria con approccio digitale sottolinea come, “a 18 anni dall’entrata in vigore del ‘semestre di silenzio-assenso’, che nel 2007 coinvolse più di cinque milioni di dipendenti del settore privato e portò ad un aumento di oltre il 63% nel numero degli iscritti ai fondi pensione negoziali”, il II pilastro pensionistico fatichi ancora a consolidarsi.

Tutto sul TFR

A questo si aggiunge un altro dato legato all’impiego del TFR come strumento di investimento previdenziale: soltanto il 23,8% tra il 2007 e il 2024 (dato comunque lievemente in crescita rispetto al 22,2% del 2023). Il restante 76,2% è rimasto nelle aziende (234 miliardi di euro) o è confluito nel Fondo di Tesoreria INPS, che raccoglie il TFR delle aziende con più di 50 dipendenti (105 miliardi).

Ciononostante, Moneyfarm sottolinea come il TFR continui a rappresentare quasi la metà della raccolta complessiva dei fondi pensione (42,5%), “confermando come il suo conferimento possa essere una delle principali leve di crescita per la previdenza complementare, una leva che oggi, alla luce delle nuove iniziative in discussione, appare più che mai da rilanciare e valorizzare”.

L’analisi del campione

Da un’analisi svolta a ottobre su un campione rappresentativo di cittadini in età lavorativa, (con dati presenti nei database INPS, COVIP e ISTAT, ed elaborazioni proprie), la società ha calcolato che, degli oltre 31,4 milioni di italiani nati tra il 1961 e il 2000, soltanto il 37% dispone di un fondo pensione, mentre il restante 63% risulta occupato senza forme di previdenza complementare oppure inoccupato. 

A livello territoriale, con l’eccezione virtuosa del Trentino-Alto Adige, dove il tasso di adesione alla previdenza integrativa tra i 25 e i 64 anni sfiora il 63%, nessun’altra regione supera la soglia del 50% di lavoratori iscritti a un fondo pensione. In coda alla classifica si trovano Campania e Sicilia, con tassi di adesione rispettivamente del 28,5% e del 28,9 per cento. “La sostenibilità del sistema pensionistico pubblico è sempre più sotto pressione: spendiamo già oltre il 15% del Pil in pensioni e, tra quindici anni, la quota potrebbe superare il 17 per cento”, spiega Andrea Rocchetti, global head of investment advisory di Moneyfarm. “La combinazione di bassa natalità, ingresso tardivo nel mondo del lavoro e maggiore longevità mette a rischio il patto tra generazioni su cui si regge il welfare italiano. In questo contesto, la previdenza complementare diventa uno strumento imprescindibile. Oggi solo un lavoratore su tre investe sul proprio futuro, ma il tempo è un alleato decisivo: agire subito, sfruttando i vantaggi fiscali e le possibili novità normative, è il miglior modo per garantirsi serenità e mantenere il proprio tenore di vita una volta raggiunta l’età della pensione”.

Disparità di genere

Nel dettaglio legato alle differenze di genere, l’indagine conferma un’altra tendenza: quella legata alla scarsa presenza femminile (anche) in termini di previdenza complementare e al fattore età. I numeri sono riconducibili, da un lato, alla minore percentuale di lavoratrici che nella fascia di età tra i 20 e i 64 anni sono il 58,1%, contro il 77,3% dei lavoratori (-19%), dall’altro alle retribuzioni inferiori.

In particolare, sul totale degli iscritti ai fondi pensione le donne rappresentano il 39% contro il 61% degli uomini. Se si guarda il dato complessivo della forza lavoro, invece, il dato relativo alla percentuale di iscritti ai fondi pensione migliora nella fascia compresa tra i 55 e i 64 anni (42% donne e 48% uomini) mentre “la situazione più critica riguarda le donne tra i 25 e i 34 anni: qui il tasso di adesione crolla al 25,5%, a fronte del 33,2% dei coetanei uomini”.

Gender gap pensionistico

Si arriva così a un nodo centrale nel discorso: il gender gap occupazionale e quello salariale si riflettono sul valore delle pensioni erogate che, nel 2024, per le donne risultano in media inferiori del 15,4% rispetto a quelle dei colleghi di sesso maschile (1.884 euro lordi vs 2.227). La differenza, tuttavia, raddoppia (30,1% in meno) per le pensioni di vecchiaia (936 euro vs 1.340). “Carriere più brevi, stipendi mediamente inferiori, discontinuità contributiva e maggiore longevità rendono la pianificazione previdenziale delle donne una priorità assoluta, in un contesto in cui la previdenza complementare rappresenta uno strumento essenziale per garantire una maggiore sicurezza economica nel lungo periodo”, sottolineano da Moneyfarm.

Oltre che nell’entità dell’assegno pensionistico, il divario di genere si riscontra anche sul piano dei contributi versati: si va dai 120 euro al mese delle lavoratrici 30-34enni con un Piano Individuale Pensionistico, fino ai 315 euro al mese per i lavoratori 60-64enni che versano nei fondi pensione aperti. In generale, il versamento aumenta progressivamente nel tempo per quanto riguarda i PIP e i FPA, mentre nei Fondi Negoziali raggiunge il picco entro i 60 anni, per poi calare. Se si guarda, invece, alle risorse mediamente accantonate ad oggi, si spazia da un minimo di 5.910 euro per i lavoratori uomini 30-34enni che hanno scelto un fondo negoziale di categoria, fino ai 32.260 dei 60-64enni con un fondo pensione aperto.

Il tempo, fattore determinante

Sulla base delle risorse maturate fino a oggi, e ipotizzando che i versamenti dei lavoratori continuino a seguire nel tempo le attuali modalità per fascia d’età, è possibile stimare il capitale disponibile al compimento dei 67 anni, assumendo un rendimento degli investimenti pari al tasso d’inflazione. Anche in uno scenario così prudenziale, risulta evidente quanto il fattore tempo sia determinante: iniziare a versare il prima possibile fa la differenza. I trentenni iscritti a un fondo pensione aperto potrebbero infatti accumulare fino a 131.000 euro, mentre l’importo più basso si registrerebbe per le lavoratrici sessantenni con un PIP.