Normative europee sulla sostenibilità: quali le principali sfide?

Normative, Normative europee sulla sostenibilità: quali le principali sfide?
Federica Calvetti (Eurizon), Sandra Crowl (Carmignac), immagini cedute.

L’introduzione lo scorso anno del regolamento sull'informativa di sostenibilità dei servizi finanziari SFDR ha rappresentato un momento cruciale per l’industria del risparmio gestito in Europa. Affiancandosi alla Tassonomia UE sulle attività sostenibili, la normativa fornisce il quadro entro il quale i gestori definiscono modelli, strategie e approcci alla sostenibilità a beneficio di tutte le parti interessante, e ha avuto il beneficio di dare avvio a un processo virtuoso di accelerazione verso la trasparenza e la disciplina intorno alle strategie ESG.

Ma in vista dell’entrata in vigore il 1° gennaio 2023 della SFDR di II livello, le società del settore sono impegnate a implementare i requisiti aggiuntivi introdotti dalla normativa. Ne nascono alcune importanti sfide per i responsabili delle strategie sulla sostenibilità degli asset manager, chiamati a incorporare i nuovi regolamenti all’interno dei loro piani d’azione. Un tema caldo che è stato discusso in un recente panel organizzato da ALFI a Milano dal titolo ‘Sustainability: the practical angle of managing and distributing an Article 8 or 9 fund going forward’, a cui hanno preso parte Federica Calvetti, responsabile ESG & Strategic Activism di Eurizon e Sandra Crowl, Stewardship director di Carmignac.

Le principale sfide

Le due esperte concordano su un punto. Ad oggi la principale sfida riguarda l’entrata in vigore in modo non uniforme e non sequenziale delle varie direttive, laddove alcune norme rimandano ad altre al momento non ancora definite, ma indispensabili per un’implementazione ottimale delle prime. “L'SFDR di II livello impone un'informativa standardizzata e una maggiore responsabilità per i prodotti classificati ex SFDR art 8 e art 9 anche in relazione agli obiettivi di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici delineati nel regolamento sulla tassonomia”, ha spiegato Federica Calvetti. “Tuttavia, alcune questioni - come, ad esempio, la mancanza di una definizione universale di ciò che è considerato un ‘investimento sostenibile’ o l'entrata in vigore non uniforme della regolamentazione (come MIFID II / SFDR) stanno ponendo sfide di interpretazione e comparabilità delle informazioni fornite che il settore sta cercando di affrontare”, evidenzia Calvetti.  

È concorde Sandra Crowl secondo cui la principale criticità riguarda la sequenzialità dei prossimi appuntamenti normativi. “In base alla normativa europea, le società in cui investiamo non sono tenute a rendere pubblici i propri criteri ESG prima del 2024, mentre agli asset manager viene chiesto di misurare i propri investimenti in termini di impatti negativi a livello ESG, dichiarando una soglia minima di allineamento alla tassonomia e di investimenti sostenibili per il 2022”, osserva.  

Di conseguenza gli asset manager sottostimano gli impatti dei propri fondi, rischiando di causare frustrazione agli investitori finali, a cui verrà chiesto di indicare le proprie preferenze ESG dall'agosto 2022”, conclude l’esperta.