Io sto con gli algoritmi. E per me che ho iniziato a lavorare in questo settore a metà degli anni ’80 occupandomi di bilanci e analisi fondamentale, stare dalla parte degli algoritmi significa raccontare un lungo percorso fatto di esperienze, letture e riflessioni. Fortune create quasi da zero ma anche bruciate. Tantissime cose da raccontare. Il mondo stava cambiando e non era più tempo di ragionare su portafogli basati su torte, compra e tieni e titoli selezionati in base ai fondamentali, salvo non voler vendere una grande illusione. Non siamo certo i primi a interrogarci su questo tema e in queste settimane mi è capitato casualmente più volte di rileggere le parole di un certo John Maynard Keynes che nel 1930 nel pieno della depressione si interrogava sulle “prospettive economiche per i nostri nipoti” assegnando proprio alla tecnologia un ruolo trainante allo sviluppo economico. Secondo il più importante degli economisti dello scorso secolo le 'macchine' avrebbero, entro 100 anni (ovvero entro il 2030), “trainato il livello di vita dei paesi in progresso che sarà da 4 a 8 volte superiore a quello odierno”. Previsioni che, pronunciate al tempo della Grande Depressione, potevano sembrare temerarie ma che in termini quantitativi si sono dimostrate azzeccate se si considera che persino in Italia, dopo 86 anni da quelle parole, il PIL assoluto e procapite dal dopoguerra ad oggi si è moltiplicato di oltre sette volte, quindi saremmo vicini alla realizzazione del sogno di Keynes, seppure tutta questa ricchezza creata, come sappiamo, non si è distribuita in modo omogeneo. Inutile girarci intorno. Le macchine conquistano e rubano spazi in ogni settore lavorativo ed è meglio averle come alleate (anche quando si investe) che nemiche.
L’algoritmo contro i fondamentali

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