L’impossibilità per repubblicani e democratici di raggiungere un accordo per approvare il disegno di legge sulla spesa del governo del presidente Donald Trump ha provocato lo shutdown del governo degli Stati Uniti. È una situazione che si è verificata altre 21 volte negli ultimi 50 anni e che potrebbe avere un impatto sui mercati a seconda di quanto a lungo durerà questa volta.
La prima conseguenza di questa nuova chiusura è che limita la capacità di spesa, sia da parte delle amministrazioni sia dei funzionari, i cui stipendi vengono congelati per tutta la durata dello shutdown. Tuttavia, come ricorda Jack Janasiewicz, gestore di portafoglio in Natixis IM Solutions, a differenza dei precedenti shutdown, in questo caso non è coinvolto il debito: ciò significa che non incide né sulla capacità del Tesoro di emettere titoli né sul pagamento degli interessi.
Reazione tiepida dei mercati… almeno per ora
Per questo motivo ci si aspetta che l’impatto sui mercati, a meno che la chiusura non si prolunghi troppo, sia limitato. Infatti oggi, all’apertura di Wall Street, i principali indici perdevano poco meno dello 0,5%, mentre il mercato obbligazionario restava sostanzialmente invariato. “Nel bene e nel male, negli ultimi 15 anni gli investitori si sono relativamente abituati agli shutdown e ora esiste un copione ben consolidato, soprattutto considerando che questo non è legato alle questioni relative al tetto del debito”, spiega Luke Bartholomew, vicecapo economista di Aberdeen Investments.
La chiave per capire se la volatilità aumenterà o resterà su livelli contenuti sta quindi nella durata dello shutdown. “Più a lungo durerà lo stop, maggiore sarà il rallentamento economico, forse circa 0,15 punti percentuali di crescita a settimana”, afferma Bartholomew. Ad esempio, secondo le stime di AllianceBernstein, durante lo shutdown parziale del 2018 – il più lungo registrato finora – si persero permanentemente circa 3 miliardi di dollari, pari a circa lo 0,02% del PIL del 2019.
Mancanza di visibilità economica
Non si tratta di una cifra particolarmente elevata, ma può diventare rilevante se inserita nell’attuale contesto degli Stati Uniti, caratterizzato da una crescita debole (con il FMI che nelle ultime proiezioni ha ridotto le stime per il 2025 dal 2,7% all’1,8%), dalla fiducia dei consumatori sotto pressione e da mercati in attesa dei dati sull’occupazione.
Infatti, i gestori consultati concordano che la maggiore preoccupazione a breve termine è il rischio che, se lo shutdown dovesse protrarsi, non vengano pubblicati i dati sull’occupazione previsti per venerdì. “Il Bureau of Labor Statistics (BLS) non pubblicherà i dati chiave sull’occupazione (non-farm payrolls) come previsto. In tal caso, gli investitori dovranno basarsi su dati privati come ISM e ADP, molto più volatili e meno affidabili. E dato che il BLS pubblica anche i dati sull’inflazione, se la chiusura dovesse persistere anche l’indice dei prezzi al consumo (previsto per metà mese) potrebbe subire ritardi”, spiega Kevin Thozet, membro del comitato investimenti di Carmignac.
Questo ritardo nei dati potrebbe rappresentare anche un ostacolo per la Federal Reserve. “È potenzialmente problematico per la Fed, che si riunirà a fine ottobre e deve già affrontare il difficile compito di bilanciare un mercato del lavoro in indebolimento con rischi al ribasso significativi, a fronte di un contesto sempre più inflazionistico”, sottolineano da AllianceBernstein. Dopotutto la Fed, che ha già tagliato i tassi nella precedente riunione di settembre, ha più volte ribadito che le decisioni di politica monetaria saranno prese sulla base dei dati disponibili, in particolare quelli sull’occupazione: la loro assenza complicherebbe quindi notevolmente la situazione.




