Banche centrali alla ricerca di un atterraggio morbido

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Rayson Tan (Unsplash)

La lotta all’inflazione, definita “problema mondiale”, è in cima alle priorità della Federal Reserve. E negli Stati Uniti, più che in altri Paesi, è causata dalla domanda. Punta su movimenti “rapidi” volti a frenare il fenomeno, il presidente della Fed Jerome Powell, nel messaggio rivolto ieri, 22 giugno, ai senatori della commissione Banking, Housing, and Urban Affairs. “Siamo concentrati sulla parte dell'inflazione su cui possiamo agire. Possiamo ridurre la domanda", ha dichiarato Powell confermando quanto anticipato lo scorso 15 giugno, quando la banca centrale USA ha annunciato il rialzo dei tassi di 75 punti base: il più aggressivo dal 1994 a oggi. Intanto in un’America del Nord che si aggrappa a un mercato del lavoro non ancora alle strette e la tenuta della spesa per i consumi, si fanno i conti con il paventato rischio recessione. Timore che aleggia nelle stanze dei bottoni degli istituti centrali di credito di tutto il globo. Sarà possibile, dunque, l’auspicato “atterraggio morbido”?

Rischio recessione

“Nel supportare un'accelerazione dell'inasprimento dei tassi per combattere l'inflazione, Powell ha fortemente negato che la Fed voglia spingere l'economia statunitense in una recessione”, commenta Paolo Zanghieri, senior economist di Generali Investments che sottolinea come le proiezioni del FOMC siano coerenti con un atterraggio morbido o "piuttosto morbido" nei prossimi due anni. “Tuttavia, la rapida stretta monetaria inasprirà ulteriormente le condizioni finanziarie e avrà un impatto significativo sulla crescita a partire dal secondo semestre”. La società ha ridotto le previsioni di crescita al 2,2% quest'anno e appena al di sopra dell'1% nel 2023 e vede un aumento del rischio recessione: “stimiamo tale rischio appena sopra il 40% nei prossimi dodici mesi”. Si tratterebbe in ogni caso, specifica Zanghieri, di una recessione “lieve”, in quanto “a differenza degli episodi precedenti, il sistema finanziario non presenta squilibri preoccupanti e i bilanci del settore privato sono in uno stato ragionevolmente sano”.

Di diverso avviso Jeffrey Cleveland, chief economist di Payden & Rygel, che sottolinea come la situazione negli Stati Uniti induca a “ritenere che per Powell le probabilità di un atterraggio morbido siano scarse”. Il riferimento va al “rapido inasprimento delle condizioni finanziarie” che ha già portato a un rallentamento del settore immobiliare, mentre i licenziamenti hanno iniziato a salire, anche se da livelli bassi. “Ma, storicamente, è sufficiente che i licenziamenti aumentino leggermente dai minimi per segnare l'inizio di un rallentamento”. Secondo Cleveland, oggi le banche centrali sembrano inseguire i mercati, (“anche se non lo possono ammettere”). “Il mercato obbligazionario ha iniziato a prezzare i rialzi lo scorso autunno e la Fed l'ha seguito. Poi il mercato obbligazionario ha prezzato ancora di più all'inizio del 2022 e la retorica delle banche centrali è cambiata di nuovo”, afferma l’esperto che indica un ciclo di feedback: “i banchieri centrali si concentrano su determinate aspettative di inflazione ma, se le aspettative di inflazione del mercato diventano ‘non ancorate’, le banche centrali vanno nel panico”. E anche Carlo Benetti, market specialist di GAM (Italia) SGR ricorda come dopo la settimana “difficile” dei listini mondiali, si siano affacciate sul mercato “due ordini di paure”: quella della recessione (più che dell’inflazione) e “la sfiducia nelle possibilità dell’atterraggio morbido dell’economia”. In sintesi: il timore va in direzione di “eccessi di reazione” da parte dei banchieri centrali, che si metterebbero nella posizione di alimentare essi stessi i rischi recessivi.

Cosa avviene da “questa parte” dell’Atlantico

Alla luce del forte aumento dei tassi indicato dalla Fed, il team Global Fixed Income, Currency and Commodities Group di J.P. Morgan Asset Management si domanda perché la Bce non utilizzi la stessa strategia di contrasto all’inflazione. “Le pressioni inflazionistiche sono una sfida globale e la Fed, la Banca d’Inghilterra e la Bank of Canada sono già intervenute operando più di un rialzo quest’anno. A inizio mese si è unita al gruppo anche la Bank of Australia che, a sorpresa, ha innalzato i tassi di 50 punti base (pb)”, scrivono gli analisti. In questo scenario globale Francoforte segue altri piani: “La BCE è la grande assente dal gruppo di Banche Centrali che hanno alzato i tassi nell’attuale ciclo economico”, sostiene JP Morgan. Un aumento di 25 pb è previsto nella riunione di luglio (“estremamente basso”, scrivono gli esperti, a fronte di un mercato che aspetta aumenti di 200 pb entro fine anno), e si parla di un secondo aumento di 50 pb a settembre. “Tuttavia, mentre le Banche Centrali alzano i tassi per frenare l’inflazione, iniziano a manifestarsi i timori per gli effetti delle politiche di rigore monetario sulla crescita economica”. Queste incertezze si abbattono sugli investitori obbligazionari “Al momento, la BCE e le Banche Centrali in generale non possono eliminare la volatilità che abbiamo osservato nei mercati obbligazionari e faranno fatica a fornire indicazioni prospettiche convincenti”, conclude il team di esperti.

Francoforte, dunque, mira ad agire con cautela, e a mettere in campo tutto quanto è necessario per evitare shock economici e finanziari al blocco. Così è stato con la riunione straordinaria indetta la scorsa settimana e la decisione di uno scudo anti-spread che ha contribuito a far arretrare il differenziale Btp-Bund. “Intendiamoci: siamo ancora lontani da quota 150, identificata dal governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco come limite massimo accettabile. Tuttavia, si è già compiuto un importante passo avanti”, commenta Carlo Vedani, amministratore delegato di Alicanto Capital, che sottolinea come in questo caso, e come spesso accade “l’effetto annuncio è quasi più importante del provvedimento in sé”. Vedani concentra l’attenzione sull’Italia, preda facile per gli speculatori, che per rifinanziare un debito pubblico pari al 150% del suo Pil, “avrà bisogno di validi alleati nell'Eurotower. Oltre agli speculatori bisogna fermare anche i falchi, che vorrebbero affibbiarci la presenza (aperta o mascherata) della troika o condizioni vincolanti e soffocanti. Se la Banca Centrale Europea si dimostrasse in grado di regolare gli spread in maniera automatica, riconoscendo nel contempo le peculiarità dei vari paesi, si sarebbe compiuto un grande passo avanti”, conclude l'esperto.