I timori sulla stagflazione spingono i portafogli a virare verso l’azionario Usa

stagflazione, I timori sulla stagflazione spingono i portafogli a virare verso l’azionario Usa
Imelda (Unsplash)

Inflazione, costo delle commodity e decisioni delle banche centrali sul rialzo dei tassi. Sono gli elementi che, sulla scia dell’attacco russo all’Ucraina, mettono in allerta il sistema finanziario e aprono una serie di interrogativi sull’opportunità di restare investiti in Europa. Il consiglio degli esperti è quello consueto: non fare scelte affrettate sull’onda dell’emotività. Tuttavia, davanti al sommarsi di eventi che implicano (necessariamente) anche una risposta emotiva, l’azionario conferma ancora il suo appeal, mentre lato obbligazionario proseguono le incertezze, anche legate alle attese sulle prossime mosse della Banca centrale europea, combattuta tra un'inflazione record nell’eurozona (destinata a perdurare più del previsto), e le ricadute negative sulle prospettive della crescita con lo spettro della stagflazione.

Shock materie prime

Quanto sta avvenendo in Ucraina ha spianato la strada, in particolare, a quello che più osservatori definiscono “lo shock delle materie prime”. La decisione degli Usa di introdurre un divieto sulle importazioni di greggio russo ha innescato un balzo nei prezzi del Brent che il 9 marzo si è portato a 131 dollari il barile (il giorno prima ha sfiorato i 140 dollari, il livello più alto dal 2008). Nel frattempo il prezzo del gas naturale, dopo aver toccato i massimi storici a 295 euro per megawattora (l’anno scorso, per intenderci, era intorno a 18 euro Mwh) nelle ultime 24 ore è in flessione del 18 per cento.  

Rischio stagflazione

Da qui un rapido aumento dei rischi di stagflazione, più consistenti nell’area euro in quanto gli USA sono “leggermente più al riparo” sotto il fronte energetico. L’Europa risulta il Continente che pagherà il prezzo più altro di questa guerra, data la sua dipendenza in particolare dal gas russo, anche se, per calmare gli animi, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen ha dichiarato che l'Unione ha abbastanza gas naturale liquefatto da essere indipendente dalle importazioni russe fino alla fine dell'inverno. “I dati sull’inflazione indicano, per l’Europa, il livello record del 5,8% (in larga parte riconducibile ai costi dell’energia): i prezzi di gas e petrolio sono cresciuti del 32%, quelli degli alimentari di oltre il 6% ma, anche escludendo le due componenti volatili, l’inflazione di base è comunque cresciuta a 2,9% rispetto al 2,4% di gennaio”, afferma Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR.

Puntare sull’azionario

A fronte di uno scenario poco confortante, Benetti sostiene che i mercati hanno reagito, fino a oggi in maniera nervosa, anche se “tutto sommato composta”. E la componente azionaria sembra quella al momento più indicata. A conferma dell’invito alla prudenza Benetti richiama il Global Investment Returns Yearbook di Credit Suisse che indica come negli ultimi 122 anni le azioni globali abbiano dato un rendimento reale annualizzato del 5,3%, le obbligazioni del 2%, gli strumenti monetari 0,7 per cento. I curatori del report, afferma l’esperto “stimano che, in prospettiva, il premio al rischio azionario sarà attorno a 3,5%, al di sotto del valore storico di 4,6%, un’ipotesi coerente con quella della minore crescita nel lungo periodo”. Lo studio indica come nei periodi di disinflazione le azioni mostrino un rendimento reale di poco meno il 13% (inferiore al 19 delle obbligazioni), mentre in tutti gli altri intervalli, sovraperformano le obbligazioni, con un premio medio di poco più del 7 per cento. “Le azioni resistono meglio anche nei tempi di guerra”, conclude Benetti. “Nella grande incertezza di queste ore preferiamo raccomandare prudenza e l’adattamento, non lo stravolgimento, dei portafogli. La de-dollarizzazione del sistema finanziario globale è ancora lontana: un po’ per il tradizionale ruolo di ‘porto sicuro’ svolto dal dollaro e dal Treasury, un po’ per la diversa esposizione degli Stati Uniti alla crisi in Europa, gli asset americani sono preferibili a quelli europei”.

Asset europei a rischio, si punta sugli USA

Sull’altra sponda dell’Atlantico, dunque, le acque sarebbero meno agitate. Lo conferma anche Fabrizio Quirighetti, CIO, head of Multi-Asset di Decalia che indica la necessità di prendere “rischi ‘aggiuntivi’ favorendo i real asset rispetto agli asset nominali (lunga duration)”. Quirighetti sostiene che il rischio si allarga a tutti gli asset europei, dalle obbligazioni alle valute, e pone il quesito di come gestire il portafoglio in questo scenario. L’attuale situazione “dovrebbe sostenere un sottopeso nelle azioni della zona euro, nelle obbligazioni in euro (sia sovrane che di credito) insieme a un'esposizione limitata all'euro finché persistono queste incertezze”, afferma. Un cenno va anche alla liquidità, scarsamente indicata in portafoglio: se dovesse persistere l’inflazione, dovrebbe “essere integrata da un'esposizione ai real asset (materie prime e azioni selezionate)”. In altre parole “l'inflazione costringe a prendere dei rischi aggiuntivi sia nella vita reale quotidiana sia nella gestione del portafoglio”.

Le mosse delle banche centrali

Quirighetti nella sua analisi sostiene che “la cavalleria delle Banche Centrali non sarà in grado di salvarci, mentre cash e titoli di stato non sono più sicuri come al solito”. Appunto le banche centrali sono chiamate, in questi giorni, a dare una risposta ai timori dei mercati. Secondo Alberto Tocchio head of Mutual Funds di Kairos la BCE, di fatto, “sta dicendo che il mercato andrà supportato, quindi non c'è nessun rialzo dei tassi scontato per quest'anno. Per la FED sappiamo che tra pochi giorni ci sarà un rialzo di circa 25 punti base, dopo essere passati da nove rialzi fino ad arrivare a cinque e un taglio possibile per l'anno prossimo. Il pericolo è quello della stagflazione, determinato da un’inflazione che corre e ovviamente crea un rallentamento economico molto importante”. In questa cornice, secondo Mario Unali, portfolio manager di Kairos perde mordente il portafoglio classico 60/40, mentre “una delle risposte è sicuramente quella di puntare sugli alternativi liquidi e sulle gestioni che possono, attraverso portafogli appunto molto liquidi, gestire in maniera flessibile l'esposizione ai vari mercati”. Anche Unali torna sull’opportunità di rivedere l’esposizione ai mercati azionari del Vecchio Continente. In questo momento di grande incertezza, conclude l’esperto, potrebbe essere necessario “un ritorno a una maggiore attenzione verso i mercati americani e alcuni emergenti, e mantenere i portafogli liquidi, in modo da potersi posizionare in maniera opportunistica in base al contesto di mercato”.