Se da un lato c’è Trump che ribadisce le promesse della campagna elettorale: la corporate tax scenderà al 15%, gli scaglioni di reddito saranno portati da 7 a 3, le detrazioni saranno raddoppiate, dall’altro c’è Janet Yellen, governatore della FED, che tira dritta per la sua strada e punta a tre rialzi dei tassi americani entro a fine del 2017. Se da una parte c’è chi considera “la riforma fiscale annunciata dal Presidente statunitense un non-evento, la prima mossa di quella che sarà sicuramente una lunga e difficile negoziazione con il Congresso”, (Didier Saint-Georges, managing director e membro del Comitato Investimenti di Carmignac) o chi crede che “le riforme sono per il mercato una piacevole musica di sottofondo, non molto di più” (Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos); dall’altra c'é chi crede che “la strada presa dalla FED non deve fare paura soprattutto agli investitori obbligazionari e in particolare a quelli che puntano sulle obbligazioni corporate che continuano a essere la scelta migliore in questa fase di mercato” (Christopher Molumphy, CIO di Franklin Templeton fixed income group). La corporate America, se la riforma fiscale andasse in porto, sarebbe la prima a beneficiarne, ma in generale secondo le analisi di Pictet e Amundi la strategia sui mercati obbligazionari per cercare rendimento passa dai corporate bond e dal debito locale dei paesi emergenti.
Trump e la Fed: la ricerca del rendimento passa dai corporate bond

Nico.cavallotto, Flickr, Creative Commons
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